Poesia Futura ora in e-book Kindle

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“Poesia Futura” in versione completa è ora disponibile come e-book per Amazon Kindle su https://www.amazon.it/dp/B07RDCN1CK , anche gratuito aderendo al programma di abbonamento Kindle Unlimited.

Che destino ci toccherà, umanamente e artisticamente? Quello di Zadig in “Il cane e il cavallo”, di Voltaire (Zadig ou la Destinée. Histoire orientale, cap. 3): Zadig usa l’ingegno per legare fatti apparentemente sconnessi in ricostruzioni che si dimostrano reali partendo verosimili. In base a che principio? Principio di economia, senza alcuna creatività o istinto divinatorio. Ergo: la poesia sarebbe la massima economia di stringhe in una sintassi assegnata. Chi assegna la sintassi? Come detto, pare sia innata nel cervello: è il solco, la forma materiale. Ma la pragmatica, il mondo che assegna valore alle stringhe? Del mondo a questo punto non importa, se non come condizionamento ambientale e soggettivo (non condivisibile!) che plasma il solco strutturale. Fra innatismo platonico e tabula rasa aristotelica, scegliamo il primo.

Indice

Introduzione
Il poetico invece della poesia, 2019
Salman Rushdie, Joseph Anton, 2013
Antonio Moresco, La Lucina, 2013
Cablogrammi Congedo, 2011
Lady Lazarus ed Ariel, traduzioni, 2013
This Be The Verse, traduzione, 2015
Joe Ross, Strati, traduzioni, 2014
Poesie da Poesia blog RAI, 2017
Poesie da Le Parole e Le Cose, 2017-8
Cablogrammi, 2010-2011
Nuovi Poeti Italiani 6, Einaudi, 2014
Migranti, 2015
Cablogrammi, 2009
Cablogrammi, 2007-2008
L’anguilla / The eel, traduzione, 2008
Poesie da Nazione Indiana, 2018
Poetiche, poesia o poetico?, 2015
Cablogrammi, 2003-2006
Poesie dai lit-blog italiani, 2012
Simone Molinaroli, 2004

Giuseppe Cornacchia, 1973, lavora in proprio e come consulente su ricerca applicata. In ambito letterario, è segnalato a livello nazionale dal 1998.

Il poetico invece della poesia 2019

L’invariante umano e’ la mitopoiesi, che si declina e si trasmette di volta in volta e ad ogni latitudine nel poetico locale attraverso svariati mezzi; non lo e’ invece la lingua, che e’ un fenomeno etno-culturale che nasce localmente e finisce circoscritto in un tempo dato. E’ il motivo per cui il literary e la poesia si stanno inevitabilmente estinguendo mentre tornano strutture, pastiche e combinatorismi, col paradosso che questi ultimi, in forma di parola scritta, non interessano comunque al vasto, potenziale pubblico che ritrova il medesimo poetico in altre forme piu’ avvolgenti, dirette ed appaganti. Il trionfo del mid-cult e del pop fino al trash, quindi? No, lo spaccio iconico primigenio, che prescinde dalla forma immanente.

*

Sconforta che il dibattito letterario-sociale su #corriere, #repubblica, #rai3 o #la7 sia condotto da autori che di letterario hanno poco tipo #carofiglio, #saviano, #cucciari, #murgia, #giordano, #fazio ecc. Dare piu’ spazio ad iperletterarizzati come #moresco, #siti o #arminio?

*

A proposito degli italiani iperqualificati espatriati, che non sono ne’ esiliati politici ne’ migranti per fame o paura, mi pare che il

come potrebbero raccogliersi i vantaggi di chi gode di una visuale duplice, a cavallo tra le due culture? (A.I. su Le Parole e Le Cose 2)

dipenda molto da cosa si intende per vantaggi: se lo sono il firmare petizioni per Battisti credendolo innocente perseguitato da uno Stato carogna o fare gli anti-nuclearisti da nazioni che si approvvigionano fra il 30% ed il 70% di nucleare, forse la visuale duplice e’ in effetti un inforcare gli occhiali al contrario?

Diciamo che l’expat italico di questo inizio nuovo secolo vive probabilmente una forzata ma non forzosa sospensione identitaria che ne fa spesso un ottimo letterato o professionista o ecc. ecc. ma altrettanto spesso un poco lucido attivista.

*

Starei attento al reducismo, con i giovanissimi. Dai miei coetanei che si sentivano investiti di una causa superiore parlando fra loro cento o duecento di pianti & rimpianti, mentre intanto perdevano ogni validazione sociale nel mondo reale, andrebbero tenuti alla larga anche se le alternative pratiche sono superscemotti social o musicali. Meglio quelli che noi, comunque.

*

Le Parole e Le Cose versione 1 ha in effetti ricollocato la competenza specialistica in cima, a mo’ di classe col professore dietro la cattedra ed i banchetti in fila zitti ad ascoltare, travasando in rete parte della cultura scritta negli anni Dieci per la carta e da li’ espulsa, devitalizzando di conseguenza la partecipazione della classe fino ad estinguerla. Ha in sostanza subito il mezzo piu’ che cavalcarlo come fece Nazione Indiana, motivo per cui la vivacita’ si e’ trasferita sui social, anche per narcisismo ma essenzialmente come playground. La pretesa fondativa del tecnico competente abilitato a parlare rispetto all’onesto incompetente che deve solo ascoltare, oggi divenuta identita’ politica e sociale di massa, non ha aiutato ad indagare perche’ tanti competenti, seppur meglio equipaggiati degli incompetenti, sbaglino puntualmente le previsioni sul futuro esattamente come questi ultimi. Probabilmente il settarismo e la malafede bilanciano verso il basso la competenza, cosi’ come l’onesta’ bilancia verso l’alto l’incompetenza, facendo pari e patta nei fallimenti predittivi? Anche dal punto di vista teorico, il contributo vitalistico e’ stato qui marginale, anzi anti-vitalistico proprio nella visione di Mazzoni e repressivo in quella di Simonetti. Nazione Indiana si chiuse sostanzialmente con la farsa a tavolino del New Italian Epic ed il miglior contributo teorico-letterario internettiano degli ultimi tempi arrivi dalla Nuova Ontologia Estetica di Giorgio Linguaglossa & sodali su L’Ombra delle Parole, un blog di vecchi che ha progressivamente affinato e reso presentabile la frustrazione mentre qui infuriavano Erinni e si proponevano come novita’ epigoni trentenni e quarantenni di epigoni cinquantenni e sessantenni, tutti ancora fermi al 1975 ed immersi nel rimpianto nostalgico. Siete stati pompieri ma la biblioteca in fiamme era forse vuota, i libri erano stati trafugati e portati altrove mentre qui si discuteva cenere?

Lady Lazarus e Ariel: Plath Cornacchia 2013

[Avevo tradotto due famose poesie di Sylvia Plath, Lady Lazarus ed Ariel, ad inizio 2013 per nabanassar prendendo spunto da un volume complessivo a cura di Giovanni Giudici. Le ripropongo per mantenerne traccia personale. Giuseppe Cornacchia, diritti riservati.]

 

LADY LAZARUS (l’originale in lingua, la traduzione di Giovanni Giudici)

L’ho fatto di nuovo.
Un anno su dieci
Mi riesce –

Un miracolo in moto, la mia pelle
Vivida come un lume nazista
Il mio piede destro

Un fermacarte,
Il mio viso un tenue, inespressivo
Lino ebreo.

Rimuovi il velo,
Nemico mio.
Faccio tanta paura? –

Il naso, le orecchie, la dentatura?
Il fiato acido
Passera’ in un giorno

Presto, molto presto, la carne
Consumata dal sepolcro sara’
Di nuovo in me

Ed io una donna sorridente.
Ho solo trent’anni
E, come un gatto, nove vite da morire.

Questa e’ la numero tre.
Un sacco d’imballaggio
Da scartare ogni decennio.

E quanti fili!
Una folla sgranocchiante
Si accalca per guardare

Lo sbendaggio, mani e piedi –
L’atteso spogliarello.
Signori, Signore,

Ecco le mani,
I ginocchi.
Saro’ pelle e ossa

Ma resto la stessa, identica donna.
La prima volta e’ successo a dieci anni.
E’ stato un incidente.

La seconda volta ho cercato
Di finirmi e non tornare.
Mi stavo chiusa

Come un’ostrica.
Dovettero chiamarmi e richiamarmi
Spillando i vermi come perle appiccicose.

Morire
E’ un’arte, come tutto il resto,
Che faccio egregiamente.

Lo faccio che semba l’inferno.
Lo faccio che sembra vero.
Si puo’ dire che ci sia tagliata.

E’ cosi’ facile da farsi in una cella.
E’ cosi’ facile da farsi stando ferma.
E’ il teatrale

Ritorno in pieno giorno
Al consueto luogo,viso, urlo
Bruto e divertito:

“Miracolo!”
Mi fa morire!
Ma c’e’ un prezzo

Per guardarmi le ferite, c’e’ un prezzo
Per auscultarmi il cuore –
Va, nevvero?

E c’e’ un prezzo, molto alto,
Per una parola, una toccata,
Una goccia di sangue

Una ciocca o una toppa del vestito.
Dunque, dunque, Signor Dottore.
Dunque, Signor Nemico.

Sono il vostro capolavoro,
Sono il vostro tesoro,
Il pargoletto d’oro

Che si scioglie in uno strillo.
Io fo e disfo’,
Mi curo anche dei vostri patemi.

Cenere, cenere –
Voi soffiate e attizzate.
Carne, ossa, niente qua –

Un pezzo di sapone
Un anello nuziale
Un dente tutto d’oro.

Signor Dio, Signor Lucifero,
Attenzione
Attenzione.

Dalle ceneri emergo
Coi miei capelli rossi
E, come un soffio, uomini divoro.

 

 

ARIEL (l’originale in lingua, la traduzione di Giovanni Giudici)

Stasi nel buio.
Poi l’immateriale blu
Cola su cime e distanze.

Leonessa di Dio,
Come quello ci sentiamo,
Fulcro di talloni e ginocchia! – Ma il solco

Si apre e separa, fratello
A quel brunastro arco
Del suo collo fuori tocco,

Mentre occhioni negri,
Le more, distendono
Lacciuoli scuri,

Boccate di sangue dolce e nero,
Eppero’ inconsistenti.
Ancora quello

Mi sbatte su nell’aria,
Cosce, capelli;
Freni dai calcagni.

Bianca
Godiva, sono qui pura –
Morte le mani, morti i patemi.

E adesso
Schiumo al grano, luccico ai mari.
Il pianto del neonato

Si perde nel suo suono.
Ed io
Sono la freccia,

La rugiada che trasmuta
Suicida, piena nella vampa
Del rossastro

Astro braciere del mattino.

 

 

Traduttore: Giuseppe Cornacchia, Gen-Feb 2013, inediti su carta, diritti riservati

 

This Be The Verse: Larkin Cornacchia 2015

[Traduzione all’impronta di Giuseppe Cornacchia da Philip Larkin nei commenti al post su Le Parole e Le Cose qui: http://www.leparoleelecose.it/?p=20153 , Set 2015, diritti riservati.]

 

This Be The Verse

They fuck you up, your mum and dad.
They may not mean to, but they do.
They fill you with the faults they had
And add some extra, just for you.

But they were fucked up in their turn
By fools in old-style hats and coats,
Who half the time were soppy-stern
And half at one another’s throats.

Man hands on misery to man.
It deepens like a coastal shelf.
Get out as early as you can,
And don’t have any kids yourself.

 

Sia Questo Il Verso

Ti distruggono, i tuoi genitori.
Potrebbero non volerlo, eppure.
Ti modellano sui loro errori
e di altri ti caricano pure.

Ma loro furono distrutti prima
da sciocchi intabarrati coi cappelli,
che meta’ tempo era falsa stima
e meta’ si tiravano i capelli.

La miseria passa da uomo a uomo.
Progredisce come fa il fondale.
D’uscir di casa trova svelto il modo
ed evita tu stesso di figliare.

 

Traduttore: Giuseppe Cornacchia, 2015, inedito su carta

Migranti 2015

[Ho scritto poesie fra i venti ed i trent’anni. Alla soglia dei quaranta, ho avuto un inatteso ritorno di voce, che si è chiuso con queste. Giuseppe Cornacchia, 2015, diritti riservati.]

 

MIGRANTI

Nel coma non ho visto nulla
accade ciò che si vuole che accada.
Dentro il nero sei solo
e tutto si ferma, né vivo
né visto da fuori che vivi.
Proviamo al contrario: io tu famiglia
villaggio città provincia regione
nazione continente pianeta sistema
galassia galassie clusterizzate
settore ramo di convoluzione.
La luce non regge più il tono.
Sono morto di nuovo.

*

D’un tratto hai quarant’anni.
Si vede già quel che eri tu ieri
ripetere la scia.
Il passato è passato.
Hai da scrivere questa
poesia e fissare il momento
ma poi squilla il telefono
e la vita in cui sei finito
ti dice di tornare sulla via.

*

Se sono arrivato fin qui spinto dal limite
e quindi perduto alla vista comune
troppo presto, adesso è impossibile
tanto il bagaglio accumulato di frizioni.
Dall’occhio astigmatico che male si accoppia
all’altro che è miope, a quello
severo ingiustamente calibrato
che ha vinto su di me sommerso nella pece.

*

E poi di colpo il gelo
quando anche la pece solidifica
e tutte le persone che lasciasti
sono morte, tu affoghi nel rimpianto
ma non affoghi, è questo lo zero
della vita, tutto è fermo ma grida.

*

Di nuovo fuori, di nuovo per acqua
il grido qualcosa ha smosso
e son tornato a sentire dolore
a forza, prima la testa e poi tutto il resto.
Non credo d’aver fatto da solo, non credo
qualcuno ha donato il sangue al mio corpo
per un ruolo che non ho mai vissuto.

*

Il suono della vita mascherato
e fa dire che non siamo agiti
sotto la pelle. Ci sono le ossa
tutto intorno all’acqua, l’impulso
numero dei nostri pensieri combinati
la sintesi di tutto ciò che siamo.
I corpi fanno campo nella relazione
e quel che tu leggi, quel che io leggo
sono diverse espressioni dei modi
tra le quattro forze della fisica pura.

*

Di nuovo a casa. Dove picchia il sole
le forze naturali della vita
semplificano quel che sono
i bisticci per motivi economici
o forse l’altrettanto naturale spinta
al gesto che qui non trovo. Ripartirà
un altro simile a me, nei suoi occhi
la noia e la rassegnazione del dovere
la necessità del moto. Capisco.

*

La mia lunga assuefazione all’assenza
infine diventata assenza
ha poi reso indistinguibile il resto
la forma del corpo nel campo dato
altrettanto importante al tempo
da farsi in un istante causa esatta.

*

Omino del mare io ti riaffido
in nome delle stelle del mio cielo
la terra generatrice di mostri
gli stessi che porti sul cuore nero
delle pestilenze che già vivesti
da quando il toro bianco mi prese
esposta come mai al grande blu
promettendo un amore duraturo
battuto e fiero in ogni tempo nuovo.

 

Pubblicate su carta in Giuseppe Cornacchia, “Cinquanta Poesie”, Lampi di Stampa, 2015, ISBN 9788848817813

 

Cablogrammi 2009

[Estratti da otto anni di miei commenti nel blog letterario più trendy d’Italia, Nazione Indiana (2003-11), forse ancora utili al discorso. Giuseppe Cornacchia]

2 Gennaio 2009 – Si stava giusto discutendo col sodale Angelo Rendo del fallimento che a nostro avviso è diventato il web letterario italico 2008 e l’intervista a Giuseppe Genna ne riprende molti spunti su scala più grande, nazionale: termitaio, marginalità, empatia rotta, ironia, scomparsa del tragico. Da un punto di vista modellistico, diremmo che ormai siamo un sistema ad emergenza zero: dall’insieme delle singole azioni e delle micro aggregazioni, non emerge nulla, non un senso comunitario, non una coscienza sociale; o forse, quello che pure emergerebbe, annega nella corrente del flusso epifenomenico, entropico e stolidamente caotico. Come se ne viene fuori? Non so: una guerra, un katechon, un lento afflosciamento di questa merda elastica nella quale siamo finiti come microcosmo e come nazione. Quasi tutte le grandi narrazioni sociali, da quelle religiose a quelle politiche, sono basate su un viaggio di emancipazione rispetto allo stato iniziale brado. Ma qui il viaggio s’è interrotto, la celia ha sostituito il bisogno. Nel mio lavoro, poesia compresa, comportamenti emergenti sono ancora osservabili per mezzo di rjeti neurali, automi cellulari ed algoritmi genetici; ma questi non hanno ferite, sono begli oggetti razionali del tutto a-politici, ai quali puoi dire di estinguersi se non portano da nessuna parte. Invece lo zombie umano è condannato alla non vita in pubblico (come scrittore e come cittadino), finché gli crolla il privato in testa o finché l’iterazione al gesto ironico termina per estenuazione.

4 Gennaio 2009 – Su questa sono con l’Alligatore. Come accennato nel topic sopra, secondo una prospettiva “emergente” lo spirito non sussiste, trattandosi semplicemente di manifestazione complessa generata da moltitudine di componenti semplici non direttamente interagenti. Come vedere una mano superiore nelle belle forme di uno stormo di uccelli, insomma. O come pensare che la coscienza sia qualcosa di più che una “emergenza” della moltitudine neuronale. Tutto da dimostrare. Il che significa: può essere ma non possiamo ancora dirlo, né tantomeno accalorarci in proposito. Quello che dopo anni e anni di letture e discussioni su questi argomenti viene a nausea, è che la storia delle idee viene ancora considerata in un’ottica “narrativa” (e dunque al fondo mistica) invece che “scientifica”, motivo per cui le sciocchezze sesquipedali ipotizzate in passato, mano mano superate dall’avanzare del metodo e degli strumenti teorico-dimostrativi di scienza, vengono ancora prese a modello ontologico ed epistemologico. Si tratta di favole. Anzi, di fabule. Se abolissimo tutto ciò che è stato detto e scritto prima del 1900, almeno dal punto di vista fondativo -tenendo invece le lezioni morali e di esperienza sociale- non perderemmo nulla. Guadagneremmo in chiarezza, sia di obiettivo che di giudizio, facendo volentieri a meno di tanti pastrocchi fideistici, ideologici e in ogni caso falsificatori della realtà misurata (su quella ancora misurabile, avremo opinioni differenti in attesa di una qualche prova).

15 Febbraio 2009 – Questo articolato pezzo di Lorenzo Galbiati va nella stessa direzione di quelli più de panza di Franco Buffoni e sostanzialmente cerca di creare anticorpi all’islamizzazione del nostro cattolicesimo, che davvero minaccia di rendere insostenibile la vita civile italiana. L’attacco ai diritti acquisiti (aborto, paradigma darwiniano, diritti fondamentali di libera parola e di libero esercizio della propria particolare identità anche in pubblico) è politicamente inaccettabile, ma con le sinistre assenti e con i radicali annacquati e invecchiati, sembra avere gioco facile. Più che dell’ oscurantismo culturale, io sono preoccupato per l’indurimento dottrinale che -unito al populismo delle destre a la Gasparri (per citare un esempio di italiano medio al potere)rischia di portarci ad un farlocco esperimento di teocrazia fascistoide senza esercito, con il popolo sovrano in perenne ronda contro ogni diversità. È anche preoccupante che in posti come Nazione Indiana, di fronte a problemi di non facile approccio come pure questo del dualismo scienza applicata / antropologia sociale, si finisca troppo spesso al bianco / nero, il che restringe ulteriormente lo spazio per le tante sfumature che hanno portato a legiferare in modo sopportabile in passato (ma qui parlo da radicale, quindi è la mia opinione). Perché di leggi c’è bisogno, a regolare la civiltà in ambiti finora lasciati alla penombra della coscienza individuale (buoni ultimi i casi Welby, Coscioni e adesso Englaro). Ma è un po’ tutto l’armamentario della politica civile e apartitica aggregazioni culturali, movimenti di pressione, fino alla promozione di referendum abrogativi- che soffre per questo indurimento dottrinale. È anche il senso della negoziazione che sta venendo meno, liddove la pubblica ronda si fa braccio della farlocca teocrazia fascistoide alla quale ci avviamo. Per questo, ritrovare in colonnino definizioni dure di scientismo contrapposte alle beatitudini della Rivelazione fideista, mi lascia perplesso. E lo fa per vari motivi, non ultimo il senso di identità individuale che ne viene immancabilmente leso, come se essere scientista e darwiniano fosse in contrapposizione all’ammettere probabilisticamente che il nostro adattamento di specie alla quadridimensione tagli fuori molto, moltissimo di inconosciuto e di inconoscibile (tranne che alla scienza, come nei recentissimi dibattiti ed esperimenti calcolativi sulla presenza della materia oscura).

20 Febbraio 2009 – A scanso di equivoci, nella fiera del dileggio e del coquettismo: il memorandum New Italian Epic è un testo interessante che sta man mano assumendo forma meno romboidale, da 1.0 a 2.0 fino a 3.0 buon ultimo, che spero di leggere presto: mi pare sia ora più equilibrato rispetto al realismo italiano, che resta per me l’ipotesi ombra alla base del tutto. Se lo si depura dalle istanze comunarde e dai botti da sagra della salsiccia, questo memorandum NIE è un apprezzabile tentativo; che venga adesso conteso fra giovani accademici e scaffalistiche strapaesane, è parte del personaggio pubblico Wu Ming che mi ha sempre divertito, ma che aggiunge poco e niente al succo del discorso. Dileggiare Rondolino è facile, ma non è questo il punto. Il punto è (o forse era) la dimenticanza di una tradizione tutta italiana di romanzi, oggetti narrativi e quant’altro scatolame che risale almeno a Manzoni – Verga – Svevo & Vittorini – Alvaro – Moravia – Calvino, con nel mezzo scapigliati, futuristi e neorealisti. La critica principale che tanti muovono è che i nuovi bastioni 1993-2008, confrontati agli illustri predecessori, valgano letterariamente poco. Ci sta che fra dieci anni questo NIE sarà ricordato come altri aggregati simili negli intenti (fra gli ultimi: gruppo ‘63, parola innamorata, cannibali), cioè come un punto di vista che ha creato una singolarità nel discorso letterario. Sarà da vedere se tale singolarità, al netto del volar di piume, lascerà testi memorabili, che è poi ciò che interessa i lettori. Il Pagliarani dal gruppo ‘63 è stato un grande esito, per dirne uno… altri non ne ricordo.

5 Marzo 2009 – Mi fa sorridere la richiesta di agganciare la poesia alla giostra New Italian Epic. Mi fa sorridere, perché –a parte l’infondatezza ontologica del NIE stesso- chiunque sia dentro i discorsi e le bagattelle poetici non sente il bisogno di un altro abitino da metterle addosso. Anche perché credo che nessuno abbia un’esperienza e una apertura tali di letture di poesia contemporanea di poter arguire a tutto campo con la baldanza piluccatrice e donizettiana di un Roberto Bui. Il massimo della rappresentazione recente contestualizzata, molto molto parziale, è stato fatto in Parola Plurale, edita da Sossella qualche anno fa e subito finita fuori mercato. Si presume che mettendo assieme le Parola Plurale dei diversi orientamenti poetici degli ultimi vent’anni (Cucchi Giovanardi, il notevole “Dopo la Lirica” di Testa, Bertoni) e alcune revisioni fiancheggiatrici tipo quella di Galaverni, ci si possa formare un quadro dignitoso delle tendenze in atto nell’editoria maggiore o comunque riconosciuta a livello nazionale. Il problema fondamentale della poesia è che ha del tutto smarrito il ruolo di porto riflessivo ed espressivo (anche politicamente) che le spettava fino a vent’anni fa. E che l’emersione di fenomeni e narratologie pop, fra cui buon ultimo il NIE, è proprio un effetto dell’ allentamento sociale di tutto ciò che connotava la parola fra le classi intellettuali del Paese, connotazione uccisa dai media e dal culturame di gender (dal cinema ai fumetti, dalla musica alla tv, dalla “comunicazione” alla “populizzazione”) affermatisi dal basso, senza necessità di studio, senza necessità di orecchio, senza necessità di talento, ma come semplice sputacchio delle emozzzioni prima e dello scaracchio umorale del momento adesso.

18 Marzo 2009 – Con un testo di questo genere, siamo alle solite: poesia – non poesia, poetese – canzonettese, prosa lineare – prosa spezzata, ma fondamentalmente siamo ancora al giovane – adulto. Un adulto che si fa poeta non può non tenere in conto, seriamente, la tradizione letteraria da cui proviene. E ci sono vari modelli (non solo il poetichese liricizzante) che tengono comunque il verso nei limiti di un verso (una strofa nei limiti di una strofa, un poemetto nei limiti di un poemetto) e di ciò che un verso è stato storicamente, senza per questo rinunciare al brivido del nuovo che oggi è il pop, assieme alla pretesa di buttare a mare l’autorità costituita (alla Aldo Nove?). Ogni giudizio negativo viene oggi rimosso con un “è solo la tua opinione, io mi tengo la mia”, eliminando la trasmissione generazionale delle radici comunitarie; se questo dipenda da un eccesso di autostima o da un grande senso di spaesamento e sperdizione, ognuno valuti in base al proprio interiore. Certo che toni, atmosfere ed istanze come quelle di questo testo, sono ancora rappresentate al meglio da Giovanni Giudici, Elio Pagliarani e Giovanni Raboni (invece che da Elio e le Storie Tese).

26 Marzo 2009 – È invece interessante come il sesso scateni ancora pezzi, scritture e commenti tutti molto tecnici, tecnicali, informati come questi, su uno dei siti letterari guida in Italia. Magari intendere il sesso come sex, entrare nell’ordine delle idee del sex come qualcosa di overrated, lasciare che donne, uomini e genders facciano ginnastica senza caricarlo di significati culturali? Perché, dico, da un lato il machismo sa oggi di viagra e dall’altro l’intimismo sa di taboo e inibizioni. Da tutta questa girandola di parole e pruriti, vengono alla mente il supermercato youporn e il nipote grande, grosso e frescone della Sora Lella in uno dei primi film di Verdone.

26 Marzo 2009 – Boh, che questo escamotage di natura per i fini riproduttivi di specie sia ancora, nel 2009 (con tutte le sublimazioni dell’istinto di sopravvivenza attuale: culturali, tecnologiche, sociali) il principale passatempo e un argomento portante di arte, di vita pubblica e privata, rende l’idea di come la specie umana sia ancora molto giovane, in un ipotetico cammino di evoluzione che ha radici più profonde e lontane delle calligrafie orientali e degli sbalzi d’Occidente. È un dispiacere, per me, sognante e tecnicale esploratore degli spazi di materia e di quelli siderali, più che mucosali, non vivere nel 12009, dovermi ancora rapportare a fantasmatiche evaporate dall’età del bronzo o nei vaudeville d’oltralpe e oltreoceano. Capisco comunque di essere in netta minoranza e dunque, come mi sono permesso di esprimere perplessità (da un punto di vista utile alla specie, se non ne azzannate per il pragmatismo), mi ritiro di buon grado, riaccosto il paravento e torno a rimirar le stelle.

13 Maggio 2009 – Boh, a me sembra più che altro una coazione a dar contro lo sfigato, sia questo un migrante, un precario, una minoranza, un malato, un anziano o una categoria protetta. In Italia, insomma, come altrove in Occidente, sfigati non ne vogliamo più, soprattutto perché non possiamo permetterceli economicamente: troppe risorse da destinare loro e non ci sono soldi per nanny states, non ci sono realmente mai stati e se c’erano, erano finti. Chi non è capace di badare a se stesso, s’ arrangi o al limite crepi. A me pare molto naturale, vita allo stato brado: le mediazioni culturali, di civiltà e di convivenza vanno sempre a quarantotto nelle migliori famiglie, basta toccare gli stili di vita consolidati, che non sono necessariamente gli estremi del riccastro. Chi chiagne s’arrangi, alzi il culo, combatta, ma non s’aspetti più pappe pronte.

22 Maggio 2009 – È una discussione interessante, perché porta alla luce aspettative e riscontri di un sito come Nazione Indiana che fino a qualche anno fa era chiaramente espressione di una elite anche estetica, mentre ora viene visto come un approdo sequenziale: Centofanti, Marotta, Cerrai, poi posso aspirare a NI. Anche anonimo, in quanto si legge di un commentario in contatto con uno o più redattori, che prende la parola ad oliare l’eventuale futura pubblicazione. È anche interessante il dispetto che consegue alla bacchettata normativa dei gestori più intransigenti, perché evidenzia come la distanza -reale o percepita- fra professionisti delle lettere e dilettanti si sia mano mano accorciata. Inoltre, la sociologia del commento recente: outsider, provinciale, espressione di una minoranza di genere prima che culturale (il meridionale in cerca di voce, la donna mobile, l’inedito frustrato, il critico dilettante). Dal mio punto di vista di una quindicina di anni in rete, dalle mailing list solo testo alle fanzine, dalle riviste online ai portali, infine ai blog e ora al web 2.0, il minestrone è interessante; soprattutto perché il fondamento della letteratura mi pare ancora, nonostante le ondate polemiche che si ripetono sempre uguali a loro stesse, estetico, e per fortuna la possanza estetica non è data per lignaggio, né per risentimento, né per norma. Per chi ha piacere nel leggere, anche una deriva da parruccheria come questa recente, anche qui su NI, è interessante.

23 Maggio 2009 – EffeEffe, ultima nota: la tua carta -Carmilla, Il Primo Amore, Nazione Indiana propone istanze, idee, migliorismi che oramai sono diventati extraparlamentari, ma che dal punto di vista economico / editoriale hanno spesso il papi capitalistico, disinnescato con varie capriole. Questo è un primo attrito di prassi che altri luoghi (come i qui citati Marotta, Cerrai e Poesia & Spirito) non hanno, questo compromesso tra le alte idee e la bassa pratica che, agli occhi di chi non è affine al ragionamento, è troppo grosso da digerire. Tantopiù che lo stato di salute della comunità editorial / bibliofila / leggente non è ai massimi di gaiezza, di suo. L’incrudimento recente è allora percepito come un inasprimento politico, di condizioni materiali, di lotta, come usa a dire in queste sedi. E giocoforza allontana una fetta di lettori o li rende più rumorosi. Diventa paradossale avere un esercito politico, mediatico, del tutto omogeneo, contrastato da un esercitino di pensiero ed editoriale altrettanto omogeneo (il famoso noi e voi): stereotipante, stessa moneta, stesse prassi cooptative, stessi epiteti all’avversario. Il testo letterario diventa un mezzo. E comunque, di tutto questo, se ne è parlato anche troppo. Alla fine si raggiungono degli equilibri e poi si agisce di conseguenza. Fine.

16 Giugno 2009 – C’è un equivoco di fondo, in tutto il discorso: che cioè il Sistema & Napoli siano metafora del mondo occidentale. Questa è la tesi del libro di Saviano che ha di fatto sfondato i generi e il limite letterario. Ora, in ottica più larga della napolitudine, della sud-itudine e del perenne lamento ormai fattosi maschera, credo che di Napoli, nell’Europa di cui facciamo parte, importi poco o nulla, tentacoli malavitosi a parte. Per cui, si ignori, si mandi l’esercito o scoppi il Vesuvio, è come succedesse in Ucraina, a Dacca o a Singapore: due giorni di sciacallaggio mediatico e poi via, un’altra storia da cercare. Non capisco perché non si pubblichino articoli sullo smog di Belluno, sugli stambecchi estinti ad Aosta o, ancora, sulle derive neofasciste di Verona e sulle alghe rosse ad Alghero. Questo volerci rappresentare a livello narrativo con la triade Roma-Napoli-Palermo, insistendo su cliche ormai secolari, col perenne ricorso al sensazionalismo da sventura (come Sorrentino nel primo post sull’aereo francese caduto), ha davvero davvero stancato. E se Saviano diventa paladino di una popolazione, buon per il movimento che se ne crea, ma il problema sostanziale richiede incisioni più nette, che da secoli questo Stato non ha voglia di fare. Così come, se Saviano diventa la punta di una letteratura di denuncia nel mondo, in seguito all’eccezionalità delle conseguenze del suo libro, buon per lui (?): lo accosteremo ai Rushdie, ai Solzenycin, a chi vi pare… ma basta coi santini, per cortesia. Non ci sono lager al di sotto del Trasimeno, chi non è contento se ne va, chi rimane fa quel che può, vive sotto scorta, riceve minacce senza crismi papali o narrative reliquiarie quotidiane.

17 Giugno 2009 – Un altro giorno, un altro pianto. Ma vi capisco: col mio cognome, ad occuparmi di emergenze industriali e piani di evacuazione, ero nello stesso filone di ingegner delle sventure… proficuo… c’è sempre qualcosa che va storto, da qualche parte, basta specializzarsi. Anche perché, se qualcosa va storto da una parte, qualcos’altro andrà storto nella stessa parte, un altro giorno. Ed ecco una nuova commissione per lo stesso scenario, gli articoli di legge sempre disattesi e le solite procedure di buon comportamento emergenziale: defluire ordinatamente, stare uniti, non farsi prendere dal panico. In questo caso, la compagna dello sfortunato non rispetta una regola essenziale: mettersi al sicuro. Avrebbe potuto rimanere accanto al compagno, certo, ma al riparo del tornello, accucciata. Ma quel che volevo dire, da esperto del settore ben cognominato, è che i modelli di simulazione del comportamento umano che vengono usati in questo caso, da noi pianificatori delle emergenze, sono piuttosto semplici: si considerano i panicanti come insetti e li si lascia scorrere nel flusso evacuatorio come variabili random ad obiettivo uscita, una qualsiasi. Variabili abbastanza spaccamaroni per chi invece si comporta con raziocinio, devo dire.

18 Giugno 2009 – Tanto s’è scritto, ma sono in debito di una risposta (Santangelo, Janeczek… Biondillo?): questa insistenza su tematiche meridionali ormai secolarizzate, è casuale e conseguente all’estrazione dei collaboratori / lettori, oppure è un punto – sociale, politico, poetico- che ritenete importante? Se il notabilato intellettuale – commentatori di blog inclusi- da Roma in giù, ormai privo di qualsiasi capacità di influenza sulle cose e sulle narrative dominanti, viene ridotto alla descrizione impressionistica, accorata e moralista degli eventi, forse il problema non sono gli eventi. Anche perché tali eventi sono trascurabili, sia in ottica Paese che in ottica Europa: si tratta infatti di fenomeni di costume. L’agonizzante lasciato solo è una bella immagine sacra, ma pur sempre un’immagine del tutto casuale, sia per luogo (Napoli) che per tempo (l’ora d’aria per lo struscio). La ronda vigilante minacciata dagli ultimi nipotini di Starace era un evento di molto maggiori spessore e drammaticità, assai più meritevole di allarme. Who cares?

18 Giugno 2009 – Inglese, grazie per la risposta, che si aggiunge ai successivi commenti. Mi pare di capire che riteniate importante la questione e che avere un Paese meno ndifferente e più solidale sia un obiettivo degno di sforzo. Non so… a me pare molto pedagogico il voler arbitrare come la gente (gli altri) debbano comportarsi in talune circostanze, quasi che un obbligo morale e migliorista effettivamente migliorerebbe anche la coscienza civica di questo Paese (o almeno la sua percezione). Io non lo credo. A me interessa, piuttosto, che i diritti codificati in legge siano mantenuti ed osservati: non c’è alcun codice che obbliga la gente a fermarsi invece che a scappare, né questo fa di loro delle merde rispetto ai compassionevoli samaritani. C’è invece il reato di omissione di soccorso e il giudizio è dovuto nelle sedi dovute. Ma, a livello di pour parler, c’è anche un continuo sovrapporsi di modelli cristiani, poi cattolici, quindi progressisti, infine socialgiusnaturalisti portati a giustificazione di uno sdegno che ha altre origini (la fine del sogno consociativo degli anni ‘70, forse?) e che è stato sconfitto pesantemente nelle tre ultime consultazioni elettorali. Insomma, è tutto molto confuso, non si capisce in cosa un atteggiamento solidale dei singoli migliorerebbe le cose… non si capisce, anche perché i toni usati da voi (Sorrentino, Inglese, molti commentatori) sono già al di là di ogni ragionevole volontà di discutere, sono un sordo e rancoroso moto di fastidio che cerca conferma nella feccia del quotidiano, negli esempi peggiori che la vita, non da oggi e in ogni posto, da sempre offre. E generalizzare un esempio di triste indifferenza a fronte di centinaia, migliaia di casi di effettiva solidarietà, dei quali si parla poco perché forse non funzionali al rancore, è del tutto inutile e fuori bersaglio. Probabilmente dipenderà dalle esperienze individuali, dagli esempi personali, dallo strato sociale di riferimento e degli individui che si conoscono? Perché allora non menzionare la parrocchia che organizza i pasti ai senzatetto, italiani e non? Perché non menzionare le associazioni culturali di ispirazione solidale che fanno lavoro sulle fasce deboli? Perché non menzionare i militanti di partiti e movimenti che operano nelle aree del disagio (da Radicale ne potrei dire abbastanza)? Questa deriva nel pessimismo insormontabile, pur essendo consapevole del non gaio stato di salute dell’Occidente europeo (ma nemmeno è moribondo e marcio come dite, anzi…), è un moto di resa, un’istanza abbastanza narcisistica, giansenista, invasata, a fronte di condizioni di vita stabili e sicure da almeno un cinquantennio a questa parte.

19 Giugno 2009 – La ringrazio per la risposta, certamente esaustiva. C’è un richiamo forte alla Carta Costituzionale e ai suoi valori fondativi, morali e non solo giuridici. È sicuramente un modello dignitoso, valoroso, che ha unito il Paese per alcuni decenni. Ho i miei dubbi (e li hanno in tanti più influenti di me) che tale modello reggerà gli urti e le istanze recenti, emerse soprattutto al Nord, senza che tali urti e istanze appaiano a me (e a molti cittadini ed elettori) un disvalore. Esprimono infatti una mutata esigenza di contratto civile, non necessariamente regressivo. Un certo idealismo, proprio di una cultura in via di scomparsa (sia generazionale che come memoria storica), non è necessariamente migliore di un approccio più pragmatico alla realtà dell’Italia di oggi: crocevia delle rotte migranti il Mediterraneo, membro dell’Unione Europea, ad economia prettamente familiare incapace di sostenere le sfide globali. Quello che qui chiamate razzismo, indifferenza, spregio del proprio simile come oggi si manifesta, è da alcuni ritenuto un effetto del brusco impoverimento dell’ultimo ventennio, una perdita di tenore di vita (e attese, dopo l’ultima abbuffata degli anni 80) che ha rimesso in discussione il modello su cui era basata la Carta del ‘48. Non ci sono altri sostanziali motivi. Nel video c’è povera gente: gente povera che scappa, gente povera che spara, gente povera che muore. Una larga parte di chi scrive e legge questo spazio è altrettanto povera (altrimenti non scriverebbe/leggerebbe, direi). Cosa e-rode? L’incertezza del proprio futuro, prima di tutto, a fronte di modelli consumisti “impossibili”. Questo vale al Nord e al Sud, ma il Nord ha trovato una espressione del disagio in forme politiche legali: prima la Lega, poi Berlusconi. Il Sud, questa espressione legale, non mi pare l’abbia ancora trovata: sta al lamento, alla lamentazione, al paralegale, al marcatamente illegale. Le evidenze sono, di conseguenza, estreme e i toni sempre molto alti. Visti da fuori, isterici.

30 Giugno 2009 – Nuscis, come A.Fiori, G.Cerrai, G.Fabbri, G.Lucini e altri che operano nel web poetico senza l’assillo del demone della visibilità, è anzitutto un esempio di decenza. Quando divampa la polemica su poesia & dintorni, uno dei sottesi è che non si capisce come questa classe di persone (artisti del cui valore si può discutere) non goda del rispetto -anche editoriale- che tale decenza dovrebbe indurre in una società civile. Manca, per essere più chiaro, un progetto che coaguli tutta una fascia matura di appassionati di livello, non professionisti, come li ha l’opera lirica e come li ha anche il teatro. Ho l’impressione che il non professionismo delle lettere, anche quando di livello e maturo, sia visto oggi come una diminutio invece che una risorsa.

26 Luglio 2009 – Ho vissuto a S.Donato qualche mese, nel 2006, ma ero sempre a Milano. Proposte di lavoro nei paeselli dell’hinterland (da tester di ascensori a implementatore di sistemi per acque reflue, da disegnatore meccanico per molle e bulloni a sistemista di macchinari), tanta pioggiona, la bellissima Metanopoli, la metro gialla che era una chiccheria gli incontri pubblici di poesia con le signore cappellino & ventaglio. Il packaging sembrava in evidente disfacimento: tanti poveri per strada, SUV, zone buie, cantieri interrotti, molto casino la sera e il coprifuoco di notte (salvo nelle zone deputate). Mi sembrò una città abbandonata a se stessa, vialoni di scorrimento e le 3-4 arterie della zona Stazione – Duomo.

29 Luglio 2009 – Cercherei di evitare termini quali imbarbarimento e letamaio, visto che disponiamo di analisi più sofisticate; considererei ad esempio che lo spazio mitopoietico nel quale inserire la Letteratura Pura (diciamo quello dei grandi personaggi & delle grandi storie fondanti una comunità) è oggi e in Occidente appannaggio di altre forme d’arte: cinema su tutte. Film recentissimi come “There will be blood” o “Schindler’s List”, tra tanti altri, sono gli equivalenti moderni del teatro greco, della narrazione in versi e poi eroicomica del Trecento / Quattrocento italiano e così via. Come già nell’altro post sull’università, mi pare che la difesa di elettività antiquate (la purezza del quattrocentista, l’analisi sociale dell’impatto del mercato sul modello culturale gentilesco-crociano) impedisca di vedere che ciò che apparve fondante è oggi stagnante, in via di estinzione. E che dunque di tutta una serie di saperi si farà tranquillamente a meno, senza che per effetto di tale archiviazione si perda la massa mitopoietica condivisa dal genere umano.

5 Agosto 2009 – Non si può giocare con le vite degli uomini, né giudicare, e se di letteratura vuoi vivere, la pubblicazione in major si crede sarebbe un bel passo, almeno di status. È una illusione (sostanzialmente perché la medaglia non fa il medagliato), ma capisco che per chi fa il mestiere, sia una illusione allettante. Però la serietà rimane, senza per questo essere duri e puri. Serietà vuole che se buona parte della tua piccola fama è dovuta ai mezzi di qualcuno che dici a mari e monti di combattere aspramente, sei almeno in contraddizione. La chiamata a correo del tutti colpevoli, tengo famiglia, è ridicola come la pretesa di giudicare, ma assolutamente legittima è la pretesa di giudicare se stessi. Ci sono vari livelli di trasparenza, ognuno decide il proprio; nel momento in cui assumi voce e postura pubbliche, il tuo livello di trasparenza parla a voce alta, speaks volumes and haunts you. Ora, in questo giochino di società che è lo stare a galla, allo stesso modo in cui si sceglie l’illusione, si può anche scegliere lo stare con le orecchie aperte. E se sei abituato ai concerti per violini e orchestra di Mozart, gli strilletti dei Dulcamara appaiono quello che sono: rumore.

8 Settembre 2009 – Alessandro Morgillo, sei simpatico e vivi all’estero ma, per cortesia: assumi con esagerata certezza che l’Italia sia un paesino alla “Cristo si è fermato ad Eboli”. È questa sì una deformazione, grottesca, del tutto personale. Non abbiamo una borghesia illuminata e neppure un’aristocrazia tardoimperiale all’inglese, ma -al di là della facciata pubblica davvero ipocrita- il Paese è molto più secolarizzato di quanto tu creda, sia dal punto di vista dei costumi civili che di quelli morali. Un qualunque contatto con le esperienze associative del fu Partito Radicale, oggi Partito Radicale Transnazionale, Non Violento ecc. ecc. potrebbe ribaltare la tua prospettiva nel senso di un eccesso di libertà individuale, non guidata e non incanalata da alcuna ideologia, che trova rifugio in mondi alternativi alla narrativa passatista (chiamiamoli così), mondi dai quali è molto difficile venire fuori una volta che ci si autoghettizza al loro interno. Robe del tipo del codacons, i sindacati, numerose associazioni culturali, le parrocchiette di periferia, sono micromondi paranoidi senza storia e senza ideologico, che tentano di ricreare dal basso di comunità casualmente aggregate una parvenza di ordine generale. Le politiche governative italiane seguite alla polverizzazione sanguinosa degli anni 70, sono a loro volta espressioni di microghetti locali: dagli azzeccagarbugli democristiani al rampantismo bullo di Craxi, fino alla Lega e all’ultimo “Ghedini o Ghedoni” del coatto in doppiopetto. Cosa ci sia di grottesco, arcaico e postmoderno, non riesco a capire… a me pare la dissoluzione del collante nazionale, venute meno le emergenze dei tempi di guerra e ciò che ne è seguito. E, parere personale, tale dissoluzione non mi dispiace: un’Italia divisa in tre, col Sud in mano alla malavita, un grosso stato centrale della Chiesa e infine il Nord produttivo aggregato alla Germania, è lo sbocco in grande dei micro-ghetti detti prima, questo sì un ritorno al passato, ai tempi precedenti l’unificazione.

2 Ottobre 2009 – Pur capendo perfettamente la rilevanza storica e culturale della Sicilia nel contesto nazionale, non capisco l’enfasi su autori e prodotti di rilevanza -questa voltapuramente regionale, come Tornatore. Non capisco nemmeno perché, a questo punto, non si parli con altrettanta enfasi di un’epica molisana, di una lotta valdostana, del melange umbro; materiale che invece giunge all’attenzione nazionale solo in casi di cronaca nera. E poi il consueto refrain di identità lesa, vilipesa, autoassolutoria proprio di ogni spirito regionale che non cerca nemmeno di avere respiro più ampio. Con le questioni politiche del dialetto / lingua, dello “statuto speciale” e dei vanagloriosi propositi di autonomia completa o di contributo “di sangue” (non avendo altro) alla comunità nazionale. Penso invece alla vivacità culturale, sociale e addirittura imprenditoriale della Basilicata. È scomparsa di recente la notevole poetessa in vernacolo Assunta Finiguerra, ma siamo qui a bearci tritamente di Sicilia, sicilitudine e sicilianeria (e di Calabria, e di Campania, e prima ancora di Milano… cento città e cento gonfaloni, ma nessun discorso di sintesi). Non so… almeno partissimo da Ciprì e Maresco, che pur godendo di un’attenzione minore ma non meno chic di quella dedicata a Tornatore, hanno il merito di scartavetrare l’immagine da cartolina tanto cara al folklore locale. Voglio dire: la recensione e i commenti stanno sull’onda di un populismo nostalgico che è espressione edulcorata dell’ immaginario del tanto odiato sultano dominante da trent’anni. Dove sta l’alternativa? Dove il modello culturale interrogante che dovrebbe opporglisi?

15 Ottobre 2009 – Credo che l’intervento di Broggi del 13 Ottobre chiarisca il punto fondativo di questi testi, anche dal solo punto di vista linguistico. Eco chiamerebbe “spazio della scelta” ogni gruppo di combinazioni concesse ad una sintassi; la semantica giunge in un secondo momento ad esprimere un giudizio (altri direbbero ad incarnare), quindi a creare un ordine; diversi ordini si ramificano poi in diverse tradizioni, secondo una prospettiva antropologica cara al partito D’Angelo – Borriello. Ma lo spossessamento dell’umano è una scelta culturalmente possibile, anch’essa una semantica, dalla prima rivoluzione industriale in avanti. Una semantica equipollente a quella suggerita dai detrattori, senza alcuna lesione dell’umano. Broggi infatti non lavora sulla sintassi, motivo per cui attira i distinguo di altre semantiche con storia più lunga alle spalle, che sentono di saperla più lunga solo in virtù di più lunga esistenza alle spalle. Dal mio punto di vista, per finire, il lavoro di Broggi appartiene ad un seme memorialistico con tonalità da necrologio, come si legge nelle apposite pagine dei quotidiani. Un diffusore italiano di poesia in questa tonalità è stato Valerio Magrelli. Ancora, D’Angelo cita Piemontese come realizzatore di cut-up vivi; quel genere di operazione appartiene ad un seme diverso, non memoralia bensì exempla, come nella letteratura votiva diffusa in Italia sin dal MedioEvo. Gli exempla hanno una storia e una finalità probabilmente esaurita -dal punto di vista delle idee- con la prima rivoluzione industriale, l’inurbamento ecc ecc. Che il web 2.0 consenta anche a chi si collega da bolle temporali esaurite e passate artisticamente in giudicato di far valere le proprie ragioni, come se fossero una novità, è una causa della grande confusione in atto anche a queste latitudini.

Autore: Giuseppe Cornacchia, 2009, inediti su carta