Evandro Agazzi per la poesia? 2014

Il pensiero di Evandro Agazzi (1934) si sviluppa intorno ad oggettività e realismo scientifico. Ho trovato notevole il suo saggio in Filosofi Italiani Contemporanei, 2013, Mursia e cerco di riassumerlo, riferendolo al discorso poetico. Non è drammaticamente originale ma un buon compromesso che fa terreno comune di esigenze diverse. Quel che ho trovato notevole anche per la poesia è la semantica agazziana “a tre livelli”: segno materiale, senso (ente intellettuale del tipo dei concetti) e referenti (gli enti a cui il discorso si riferisce, spesso cose concrete). Agazzi sostiene la natura relazionale della verità di un discorso (scientifico, ma portabile per estensione all’artistico), verità attribuibile solo se sta in relazione a qualcosa altro da sé ossia al suo referente, allo stato di fatto cui si riferisce. Si spinge a parlare di “tipi di esistenza”, fra cui l’ “esistenza letteraria” di Ettore in relazione a greco antico, testo chiamato Iliade e constatazione che in esso si parla di un guerriero troiano chiamato Ettore. Questi diversi “tipi di esistenza”, alcuni fattuali altri virtuali (o psichici), fra loro irriducibili, costituiscono la molteplicità ontologica che Agazzi concilia mediante una metafisica cognitiva di rapporto fra scienza e contesti storico-culturali: è la “determinatezza storica” che accomuna le diverse ontologie. Ne deriva che quel che è possibile fare in poesia nel 2014 lo si deve anche a quel che è possibile fare in scienza ed applicazioni. Ecco che dunque la mia incursione ormai ventennale in questo ambito poetico ha almeno il merito di portare una diversa ontologia, in questa determinatezza storica contingente, alla “prospettiva sistemica” di Agazzi. In questa prospettiva sistemica, nessuno dei sottosistemi è chiuso, ma tutti sono aperti e adattativi, usando come input gli output forniti da ciascun altro, io i miei, gli amici poeti i loro. Il punto forte del discorso di Agazzi, nel quale entrano agire e responsabilità, quindi etica, è che nessun sottosistema massimizza i suoi obiettivi particolari ma neppure è costretto a raggiungerli al di sotto di una soglia critica. Una ottimizzazione di massimi (impossibili) e minimi (necessari) per il buon funzionamento dell’ecosistema complessivo dell’umano, in una determinata fase storica, impone un minimo comun denominatore. Dal mio punto di vista, il pensiero di Agazzi è una giustificazione teorica anche ai miei modi di vedere e a tratti fare poesia. Nella mia doppia funzione, cerco di conciliare -ottimizzando- gli obiettivi dello specifico letterario e di quello tecnoscientifico.

Lettura d’occasione di Giuseppe Cornacchia, Mar 2014, diritti riservati

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Salman Rushdie, Joseph Anton, 2013

Il volume di memorie dello scrittore anglo-indiano suggella la ritrovata serenita’ dopo le traversie della fatwa islamica e il lento ritorno ad una vita normale. A 65 anni, e’ anche un’occasione per un bilancio umano. Rushdie appare come una persona dalla doppia anima, indiana nelle origini familiari e inglese per scelta, a cominciare dal collegio di Derby che appena ragazzino comincio’ a frequentare distaccandosi da padre e madre. Un’integrazione difficile, un animale a sangue caldo trapiantato fra tanti “pesci freddi” che, poco a poco, divenne uomo e si inseri’ in un brillante circolo di letterati suoi coetanei (Martin Amis, ecc.) divenuti anche amici. Quando la fatwa islamica si abbatte’ con ferocia sulla vita di quest’uomo pacioso, solo gli amici letterari -scrittori, agenti, qualche editore- gli furono vicini. Il cordone di protezione di quest’ambiente, la sua nuova famiglia, lo aiuto’ negli anni duri della vita con la scorta e nelle continue nuove abitazioni locate a nome del fittizio editore pakistano Joseph Anton (i nomi di Conrad e Cecov uniti a formarne un altro) che gli impedirono di mettere radici. Lo aiutarono le sue donne, che fecero si’ che Rushdie non spegnesse il suo io regalandogli amore e solidita’, nonche’ due figli da lui molto amati. Le pressioni islamiche mano mano si attenuarono e Rushdie passo’ infine un periodo a New York provando a ricostruirsi la liberta’ assieme ad una donna indiana bellissima e molto piu’ giovane di lui, che gli spezzo’ il cuore. Era a New York quando furono attaccate le Torri Gemelle e la contemporanea uscita del suo romanzo “Furia”, ambientato nella citta’, lo rese perfetto testimone dell’ottusita’ di ogni fondamentalismo e in particolare di quello islamico, ormai non piu’ minaccia solo a livello personale ma collettivo.

Il flusso narrativo e’ piacevole, si apprezzano le qualita’ umane del circolo amicale del signor “Anton”. Questo libro e’ senz’altro un’omaggio all’Inghilterra, che lo ha protetto ufficialmente con misti amore e odio, ed e’ un omaggio alla vita di relazione che Rushdie e’ riuscito a costruirsi nonostante -o forse grazie- al macigno piovutogli sulla testa. Sono menzionati moltissimi colleghi del jet set letterario internazionale e diversi aneddoti strappano un sorriso (Rushdie stronco’ una volta Umberto Eco e quello, incontrandolo nel periodo della fatwa, lo abbraccio’ solidale dicendogli: “Rushdie! Sono quel cazzaro di Eco!”). La battaglia di liberta’ di espressione e critica, anche contro le religioni e anche contro l’Islam che tanto terrorizzava l’Occidente fino a 5 anni fa spingendo a penose prese di posizione diplomatiche fu infine vinta, l’Iran ritiro’ la fatwa.

Dal punto di vista personale, non ritengo Rushdie un genio letterario. E’ sicuramente un uomo di lettere, colto e dotato di talento. La sua fama sta soprattutto in quel che gli e’ successo ma e’ stato giusto essergli solidale (cosi’ come e’ giusto essere solidali a Roberto Saviano pur non ritenendolo un genio letterario). Sicuramente abbiamo vite molto diverse: io non ho mai creato un mio circolo amicale e non mi interessa avere relazioni col mondo letterario, che detesto. Se mi fossi trovato nella sua situazione, sarei sicuramente morto o finito rinchiuso in qualche base militare come “ospite ingrato”. Non credo, dunque, andrei d’accordo col signor Rushdie, che e’ invece un uomo di affetti. Rimane la certezza che, da sponde comunque lontane, entrambi lottiamo per “accrescere l’umano”, lui per valori di laicita’, progresso ed amore, io per valori di positivismo scientifico e progresso ingegneristico. Se Rushdie auspica la pace e l’amore sulla Terra, io auspico l’Uomo alla conquista dello spazio (anche fisico, al di fuori della Terra e dentro la propria mente) ed il propellente morale per una simile impresa e’ lo stesso: i valori dell’umanesimo occidentale ed europeo arricchiti dal sapere pratico laico e scientifico.

 

— Lettura di Giuseppe Cornacchia, Gen 2013, diritti riservati

Antonio Moresco, La Lucina, 2013

Deve essere un caso -o forse no- se questo ultimo lavoro di Antonio Moresco viene reso disponibile al pubblico una settimana dopo l’annuncio di Papa Ratzinger / Benedetto XVI circa le sue dimissioni. Pare infatti di vederlo, il vegliardo teologo stanco di banchieri, pedofili, corvi e secolarizzazione, ritirarsi in cima al Monte a preparare il congedo terreno a contatto solo della sua Fede. Ed in effetti questo lungo racconto di Moresco inizia con un uomo -presumibilmente piegato da sofferenza e solitudine- che si ritira a vita privata in una casa diroccata, in mezzo alla vegetazione ed in solitudine. Il recupero degli atti primordiali di una vita slegata dal vacuo rumore urbano -il modico mangiare, il dormire, il lavare i panni- si fonde in breve tempo con un apprezzamento crescente del mondo altro, quello vegetale, dei suoi suoni (i movimenti degli animali nel silenzio della notte) e dei suoi colori (il fogliame, i fiori). Un uomo separato da tutto cio’ che e’ relazione, salvo venirne riattirato quando nota una lucina accendersi su, in cima al monte, nella notte. Una lucina verso cui e’ irrresistibilmente attratto. Qui il racconto si fa commosso, il presagio dell’ultimo viaggio si fonde con il fantastico della narrazione: su in cima vive, infatti, un bambino morto che si comporta da vivo, va a scuola di notte assieme ad altri bambini morti nella stessa scuola del paese dove di giorno vanno i bambini vivi, fa i compiti, si prepara da mangiare, fa il bucato. L’uomo entra in quello che possiamo definire meccanismo del trapasso (o forse di tutto un sogno preparatorio, premonitore, lucina e bambino inclusi) quando chiede al bambino come e’ morto e quello risponde: “Mi sono ucciso, mi facevano del male”, quando cioe’ guarda dentro la propria vita e quel che e’ stata, ritrovando la sua innocenza creaturale. Da qui in avanti e’ una preparazione al colpo di scena dell’ultimo capitolo, che avviene dopo un giorno e una notte di bufera nevosa che ha colorato tutto di bianco, come a rappresentare la Luce o l’indistinto. E’ un trapasso laico, pero’, irrisolto: l’uomo, dopo una notte insonne e di bufera, si preoccupa del bambino morto che vive tutto solo nella casa in cima al monte e va a prenderlo per portarlo con se’, dove non si sa. Nelle ultimissime pagine del libro la voce narrante diventa quella del bambino che sente battere l’uomo alla porta della casa, cosicche’ non si capisce chi sia l’uno e chi sia l’altro o forse si capisce che la vita -come quella degli animali e della fitta vegetazione- e’ solo un ciclo di nascite e morti, di vecchi animali/fiori/uomini che rinascono animali/fiori/bambini e vengono a loro volta salvati da vecchi che rinascono bambini. Un panteismo laico, la risoluzione della vita dentro la vita stessa e non in una metafisica uscita verso un Che. Lo stesso dubbio che puo’ aver colto il vecchio Papa Ratzinger, ora solo nei suoni e nella vegetazione, con la sua lucina in cima al Monte.

— Lettura di Giuseppe Cornacchia, Marzo 2013, diritti riservati

Cablogrammi Congedo 2011

[Decisi di smettere quando a fine 2011 mi fu inviato un questionario al quale non risposi pubblicamente: mi fece capire che il mio tempo in spinta era passato. Giuseppe Cornacchia]

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Credo che al momento sia essenzialmente un rifugio emotivo per qualche centinaio di espulsi da altri contesti, un modo poco costoso per provare a dare un tranquillante all’ego e al proprio tempo che fugge senza lasciare traccia. Portato avanti in Italia, questo tipo di afflato suona patetico: pur in declino, siamo la decima economia del pianeta e i numerosi ammortizzatori sociali (famiglia, parrocchie, circoli culturali, reti piu’ o meno ideologiche) evitano i conflitti che si vedono altrove. Dirsi poeta in Italia e’ quindi un vezzo o una mania, come tirare con l’arco, fare birdwatching o giocare ai gratta e vinci.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto?

Ho avuto un grosso periodo di fervore tra il 1994 e il 2004. Sostanzialmente ho passato i miei vent’anni cercando di fare un apprendistato leonardesco, meta’ scienze dure e meta’ umanesimo. Su quest’ultimo versante, e’ stata fondamentale la collaborazione col poeta siciliano Angelo Rendo. Ho poi pubblicato in modo clandestino o semi clandestino a partire dal 2003, come congedo nei riguardi della spinta e della vena che si stavano esaurendo. I primi librini, un ridotto teatrale a piu’ voci ed una plaquette personale, sono stati nel 2003 con Ass Cult Press di Pistoia, gruppo d’azione culturale affine a me ed a Rendo.

 

Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Molto per caso. Costi ridotti all’osso: spesi 40-50 euro in totale; autodistribuzione e nessun lancio, a parte una presentazione a Pistoia che mi fece capire di essere sostanzialmente inadatto a stare su un palco. Un’esperienza a meta’ fra uno scherzo e la seriosita’ di chi riteneva di star facendo qualcosa di importante per le patrie lettere. Credo ancora che, con Rendo, stessimo facendo qualcosa di rilevante, ma il mondo reale gia’ andava ed e’ infine andato da un’altra parte.


Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Se fossi un editore, lo sarei di vanity press. Inconcludenza per inconcludenza, ne avrei un profitto. I poeti si aspettano dagli editori qualcosa che nessuno puo’ dare e che tutti rifuggono: la percezione del proprio ridicolo. Per fare del proprio ridicolo un vanto o un mestiere ci vuole esibizionismo e anche questo non manca. In massima parte, come gia’ detto, il retrogusto e’ patetico e quindi alla lunga indecentemente insopportabile.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Il web era partito per uno scopo ben preciso, di utilita’ fra elite della ricerca scientifica e militare. Quando e’ diventato un fenomeno globale, aperto all’interazione delle masse, ha portato tutto quel che alle masse si rimprovera: pressapochismo, ignoranza, palato facile, chiacchiericcio. Non credo che oggi si possa fare poesia dal web, se non riciclando materiali inerti e poco interessanti. Fare poesia sul web, invece, e’ ancora possibile perche’ ogni spazio e’ immagine di chi lo riempie e una certa dose di talento si puo’ ancora rintracciare qua e la’.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Credo che questo tipo di domanda risenta di un pregiudizio ideologico che, in un’era di libero mercato alla deriva, la rende inutile. Ognuno per se’ e il diavolo per tutti, salire sulla giostra non e’ reato e qualcosa di buono, da individui singoli per altri individui singoli, ogni tanto si realizza.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Il passato e’ passato. Vivere nel presente riscrive continuamente le regole, ma e’ il diverso grado di talento individuale a rendere tale riscrittura interessante o meno a chi legge. Talento che, a mia opinione, deve rimanere pesante, robustamente logico nel tenere le briglie ed educato a fornire un prodotto da mettere in circolo.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Questa domanda, come l’altra di sopra e per lo stesso motivo, risente di un pregiudizio ideologico che la rende inutile.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Rifuggo dagli evangelisti della poesia. Lasciate che sia, se deve essere, un incontro individuale, il piu’ possibile casuale. Autoeducazione, insomma. Mai e’ stata disponibile tanta poesia, buona e meno buona.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Il poeta mi pare un osservatore che anticipa lo spirito dei tempi a venire provando a modellarne la forma linguistica. In questo senso, puo’ entrarci di tutto ma non credo ad un ruolo pubblico, ne’ verso il pubblico.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Retrospettivamente, credo che nei miei 15 anni di pratica abbia prevalso la spinta, lo stare sull’onda dettato dalla voglia di sperimentare un equilibrio frontale, in faccia al sole ed alla vita. Mantengo viva la spinta traducendo dall’inglese quel che mi restituisce lo spirito di quello stare in equilibrio.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Trovo la comunicazione poetica in senso stretto del tutto casuale, soggetta a regole interne di economicita’. E’ come se attraverso la buona poesia si vedesse in controluce lo spirito di chi l’ha scritta e del suo tempo corrente. In questo senso, ha valore documentale e rimane -a mio modesto avviso- il miglior reperto storico a disposizione di chi verra’.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Sostanzialmente nulla, ognuno di noi ha le proprie maniere e io, in passato, ero informato dentro questa.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Non potrei fare della poesia un mestiere, lo trovo antitetico.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Spero si possa dire che un tempo non lontanissimo c’era ancora la possibilita’ di fare poesia liberi dalle circostanze, in piena coscienza e in totale controllo sia della tradizione che dello spirito del tempo che da li’ a qualche anno sarebbe venuto. Quel tempo, pero’, e’ passato.

 

Giuseppe Cornacchia, 2011, diritti riservati, inedito su carta

Lady Lazarus e Ariel: Plath Cornacchia 2013

[Avevo tradotto due famose poesie di Sylvia Plath, Lady Lazarus ed Ariel, ad inizio 2013 per nabanassar prendendo spunto da un volume complessivo a cura di Giovanni Giudici. Le ripropongo per mantenerne traccia personale. Giuseppe Cornacchia, diritti riservati.]

 

LADY LAZARUS (l’originale in lingua, la traduzione di Giovanni Giudici)

L’ho fatto di nuovo.
Un anno su dieci
Mi riesce –

Un miracolo in moto, la mia pelle
Vivida come un lume nazista
Il mio piede destro

Un fermacarte,
Il mio viso un tenue, inespressivo
Lino ebreo.

Rimuovi il velo,
Nemico mio.
Faccio tanta paura? –

Il naso, le orecchie, la dentatura?
Il fiato acido
Passera’ in un giorno

Presto, molto presto, la carne
Consumata dal sepolcro sara’
Di nuovo in me

Ed io una donna sorridente.
Ho solo trent’anni
E, come un gatto, nove vite da morire.

Questa e’ la numero tre.
Un sacco d’imballaggio
Da scartare ogni decennio.

E quanti fili!
Una folla sgranocchiante
Si accalca per guardare

Lo sbendaggio, mani e piedi –
L’atteso spogliarello.
Signori, Signore,

Ecco le mani,
I ginocchi.
Saro’ pelle e ossa

Ma resto la stessa, identica donna.
La prima volta e’ successo a dieci anni.
E’ stato un incidente.

La seconda volta ho cercato
Di finirmi e non tornare.
Mi stavo chiusa

Come un’ostrica.
Dovettero chiamarmi e richiamarmi
Spillando i vermi come perle appiccicose.

Morire
E’ un’arte, come tutto il resto,
Che faccio egregiamente.

Lo faccio che semba l’inferno.
Lo faccio che sembra vero.
Si puo’ dire che ci sia tagliata.

E’ cosi’ facile da farsi in una cella.
E’ cosi’ facile da farsi stando ferma.
E’ il teatrale

Ritorno in pieno giorno
Al consueto luogo,viso, urlo
Bruto e divertito:

“Miracolo!”
Mi fa morire!
Ma c’e’ un prezzo

Per guardarmi le ferite, c’e’ un prezzo
Per auscultarmi il cuore –
Va, nevvero?

E c’e’ un prezzo, molto alto,
Per una parola, una toccata,
Una goccia di sangue

Una ciocca o una toppa del vestito.
Dunque, dunque, Signor Dottore.
Dunque, Signor Nemico.

Sono il vostro capolavoro,
Sono il vostro tesoro,
Il pargoletto d’oro

Che si scioglie in uno strillo.
Io fo e disfo’,
Mi curo anche dei vostri patemi.

Cenere, cenere –
Voi soffiate e attizzate.
Carne, ossa, niente qua –

Un pezzo di sapone
Un anello nuziale
Un dente tutto d’oro.

Signor Dio, Signor Lucifero,
Attenzione
Attenzione.

Dalle ceneri emergo
Coi miei capelli rossi
E, come un soffio, uomini divoro.

 

 

ARIEL (l’originale in lingua, la traduzione di Giovanni Giudici)

Stasi nel buio.
Poi l’immateriale blu
Cola su cime e distanze.

Leonessa di Dio,
Come quello ci sentiamo,
Fulcro di talloni e ginocchia! – Ma il solco

Si apre e separa, fratello
A quel brunastro arco
Del suo collo fuori tocco,

Mentre occhioni negri,
Le more, distendono
Lacciuoli scuri,

Boccate di sangue dolce e nero,
Eppero’ inconsistenti.
Ancora quello

Mi sbatte su nell’aria,
Cosce, capelli;
Freni dai calcagni.

Bianca
Godiva, sono qui pura –
Morte le mani, morti i patemi.

E adesso
Schiumo al grano, luccico ai mari.
Il pianto del neonato

Si perde nel suo suono.
Ed io
Sono la freccia,

La rugiada che trasmuta
Suicida, piena nella vampa
Del rossastro

Astro braciere del mattino.

 

 

Traduttore: Giuseppe Cornacchia, Gen-Feb 2013, inediti su carta, diritti riservati

 

This Be The Verse: Larkin Cornacchia 2015

[Traduzione all’impronta di Giuseppe Cornacchia da Philip Larkin nei commenti al post su Le Parole e Le Cose qui: http://www.leparoleelecose.it/?p=20153 , Set 2015, diritti riservati.]

 

This Be The Verse

They fuck you up, your mum and dad.
They may not mean to, but they do.
They fill you with the faults they had
And add some extra, just for you.

But they were fucked up in their turn
By fools in old-style hats and coats,
Who half the time were soppy-stern
And half at one another’s throats.

Man hands on misery to man.
It deepens like a coastal shelf.
Get out as early as you can,
And don’t have any kids yourself.

 

Sia Questo Il Verso

Ti distruggono, i tuoi genitori.
Potrebbero non volerlo, eppure.
Ti modellano sui loro errori
e di altri ti caricano pure.

Ma loro furono distrutti prima
da sciocchi intabarrati coi cappelli,
che meta’ tempo era falsa stima
e meta’ si tiravano i capelli.

La miseria passa da uomo a uomo.
Progredisce come fa il fondale.
D’uscir di casa trova svelto il modo
ed evita tu stesso di figliare.

 

Traduttore: Giuseppe Cornacchia, 2015, inedito su carta

Joe Ross, STRATI, La Camera Verde, 2014

[Traduzioni / reinterpretazioni di Giuseppe Cornacchia, 4-7 Feb 2014, diritti riservati. Originali qui: http://www.greeninteger.com/green_integer_review/issue_4/Joe-Ross.htm]

 

Allineato

Non sapere, è il meglio
ed esserne coscienti, una mappa
che non dev’essere seguita.
L’eterno trasfigura, dice
il libro. Sali le scale vicine
ed affrontale, questo ho detto io.
Per paura di stare sotto il peso
del possente sì, del possente no,
spezzammo il pane in due
e giusto mezzo restò fuori. Questa
è l’invenzione, la favola che chiedono.

 

Cospirazione di massa

Come un corpo di frasi
del discorso, rotte parole, rotte le schiene.
Quest’improvviso chiamare o no storia
disordine sociale. A che pro?
Tutto si può se non c’è logica,
salto a tentoni o fermo mi sto.
Una parata al passo, emozione
costruita, il volere è una via.
Mezzi estremi di controllo. Di nuovo
sociale, più briciole che pane.
Il dissenso s’informa
come un corpo. Qualcosa o frasi
del discorso in cose tipo il corpo.
Prima rotte le parole, prima le schiene.

 

Senza titolo

Che il buio cali sul mondo.
Che forza, che specchio o ragione
ti muove? Il pensato sta fuori. Il si dice,
il si dice che va. La scatola sul piano.
Nella scatola si dice si dica.
Grande viale o micro-architettura,
modello od osso bucato. L’equivoco
ostentato sfigura il reale. Un
fiore nel vaso su una qualche finestra
sbarrata. Inizi il mondo del buio,
una biga che vada da sé
vera per sé, vera allo specchio,
con un nome ed una parola per quel nome.
Una biga nel sole senza ombra.

 

Interpolazione

Ora ho un tavolo
un vecchio seduto sotto l’albero
memorie e finalmente non regole
né nome per te. E quindi?
Sciolto il nodo si torna nel mondo,
domani giustamente segue questo giorno.
Parlammo ma subito inseguimmo parole,
edificammo un simbolo, A,
e subito fu non-A. E quindi?
Il sole tramontava come immagine richiesta.
Aprimmo tutti i vasi nel sonno guardando
al fondo, ci svegliammo col buio,
pronti al nuovo giorno ancora dormienti.
E quindi? Che sia, non-A.

 

Di Passaggio

Mancava la voce,
avevano una faccia
come la vostra. Passati. Lì
in fotografia o sugli aeroplani
sfrecciati. Presa al volo?
Ricrescono capelli
e amicizie di necessità. Pareva
giusto un momento fa. Torri gemelle
in fiamme a separarvi ulteriormente.
Un ponte non serve. Era il detto
senza voce – il puntino blu dopo
aver fissato il sole. Voleva esser detto
poesia perché mancava la voce.
Cos’altro che duri testimonia l’arrivo.

 

Traduttore: Giuseppe Cornacchia, 2014, inediti su carta

Poesie da Poesia blog RAI 2017

[Il blog di poesia della RAI, curato meritoriamente dalla poetessa Luigia Sorrentino, segnala giorno per giorno lo stato dell’arte, i maggiori eventi nazionali, le ultime uscite editoriali anche in traduzione, contaminazioni artistiche ed alcuni inediti in anteprima. Vale la pena guardare i versi apparsi nel 2017, ma in lettura veloce, cercando emergenze di poetica o del poetico piu’ che filologie ormai e spesso casuali quando non involontarie. Giuseppe Cornacchia, Maggio 2018]

Maria Borio: ricami razionali da un quotidiano leggermente sospeso ma non esile  (12 Set 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/09/maria-borio-laltro-limite-con-una-poesia-inedita/)
Umberto Piersanti: il versicolo qui sostiene efficacemente un impianto naturista (11 Set 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/09/umberto-piersanti-4/)
Naike Agata La Biunda: poesia del corpo che si fa mappa e tramite del mondo (10 Set 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/09/naike-agata-la-biunda-accogliere-i-tempi-ascoltando/)
Mauro Ferrari: densa cupezza degli scarti del vivere umano (3 Set 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/09/mauro-ferrari/)
Roberto Carifi: versi della pieta’ e dell’amore in strutture misurate (1 Set 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/09/roberto-carifi/)
Nanni Cagnone: versi trasparentemente attraversati dal flusso della vita (29 Ago 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/08/nanni-cagnone-il-popolo-delle-cose/)
Antonio Santori: versi al fondo prosastici, intimisti ed introvertiti (28 Ago 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/08/antonio-santori-in-memoria-di-te/)
Giorgia Meriggi: parole come stalattiti in ambientazione silvestre (27 Ago 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/08/giorgia-meriggi-riparare-il-viola/)
Giancarlo Pontiggia: il pensiero filtra una vena verticale e miticheggiante (26 Ago 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/08/giancarlo-pontiggia-il-moto-delle-cose/)
Paolo Maccari: conflitto ambivalente fra discorsi del pulito e del selvatico (28 Lug 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/07/paolo-maccari-fermate/)
Franco Marcoaldi: rime semplici per versi di impianto sostanzialmente moralista (27 Lug 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/07/franco-marcoaldi/)
Gianluca Chierici: testi onirici e sopraelevati rispetto ad un fondo poco innocente (26 Lug 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/07/gianluca-chierici-il-grido-sepolto/)
Gianfranco Lauretano: provincia concreta ed intima in un quotidiano ispirato (25 Lug 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/07/gianfranco-lauretano/)
Noemi De Lisi: struggimenti da un mondo perduto in cerca di forma (21 Lug 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/07/noemi-de-lisi-la-stanza-vuota/)
Anna Salvini: ispirazione alta in forme ancora da asciugare (3 Lug 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/07/anna-salvini/)
Luca Nicoletti: ispirazione rurale e costiera pre-tecnologica (2 Lug 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/07/luca-nicoletti/)
Alberto Pellegatta: quotidiano controllato con spunti polisemici e vivaci (17 Giu 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/06/alberto-pellegatta-ipotesi-di-felicita/)
Aldo Ferraris: dettato esperto ed ispirato in strutture controllate (15 Giu 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/06/aldo-ferraris-parola-a-me-vicina-poesie-1972-2008/)
Emilio Capaccio: vena tradizionale con substrato nel quotidiano (13 Giu 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/06/due-poesie-di-emilio-capaccio/)
Andrea Gibellini: testi della solitudine introvertita e meditativa (11 Giu 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/06/andrea-gibellini-le-regole-del-viaggio/)
Giovanni Duminuco: titanismi al singolare che esondano la forma in versi (10 Giu 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/06/giovanni-duminuco/)
Evelina De Signoribus: riflessivita’ dialogica di ambientazione silvestre (7 Giu 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/06/evelina-de-signoribus-le-notti-aspre/)
Adriana Gloria Marigo: forme libere e misurate per un immaginario tardo-ottocentesco (5 Giu 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/06/adriana-gloria-marigo/)
Sergio Pasquandrea: testi a tema del desiderio e del corpo artistico (30 Mag 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/05/sergio-pasquandrea/)
Eugenio Vitali: quotidiano semplice cantato in ritmo vivace (29 Mag 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/05/eugenio-vitali/)
Michela Zanarella: elegia mimetica in forma di omaggio sentito (28 Mag 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/05/michela-zanarella/)
Pier Franco Uliana: contemporanee moralisteggianti con rimandi colti (27 Mag 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/05/due-poesie-di-pier-franco-uliana/)
Nanni Cagnone: testi della rassegnazione inerme davanti alla vita (25 Mag 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/05/nanni-cagnone-il-poeta-della-meditazione-e-del-silenzio/)
Eleonora Rimolo: registro medio e pensiero alto qui generano frequenti dissonanze (21 Mag 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/05/eleonora-rimolo-temeraria-gioia/)
Gianluca Furnari: bilingue latino-italiano classicheggiante e di notevole spessore formale (15 Mag 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/05/ad-patrem-carme-elegiaco-di-gianluca-furnari/)
Massimiliano Mandorlo: fremiti introvertiti da una trasfigurata quotidianita’ (14 Mag 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/05/massimiliano-mandorlo-nella-pietra/)
Rita Pacilio: “… capigliature arrangiate / giovinezze spettinate, sognanti e rossicce // tenerezze dischiuse …”  (12 Mag 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/05/rita-pacilio-prima-di-andare-2/)
Tiziano Fratus: poematico dialogico e formalmente piano a tema vegetale (10 Mag 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/05/tiziano-fratus-vergine-dei-nidi/)
Stefano Bortolussi: parole larghe e pensiero radente qui schiacciati comunque ad un suolo (8 Mag 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/05/stefano-bortolussi-i-labili-confini/)
Pietro Russo: poesie del sole e della lontananza in forma semi-colloquiale (7 Mag 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/05/pietro-russo-a-questa-vertigine-2/)
Franz Krauspenhaar: versi popolari ma non troppo, con istrionismi e travagli intimisti (5 Mag 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/05/franz-krauspenhaar-capelli-struggenti/)
Matteo Fantuzzi: versi popolar-civili di registro medio e forma accordata (2 Mag 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/05/poesie-della-strage/)
Giovanni Ibello: parole rotonde e totemiche che prevalgono sulle strutture d’insieme (24 Apr 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/04/giovanni-ibello-turbative-siderali/)
Daniele Campanari: voce potenzialmente profonda ancora bisognosa di messa in forma (7 Apr 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/04/daniele-campanari-corpo-disumano/)
Gaia Formenti: referti di vita in morte d’occasione che non riescono qui a farsi memorabili (2 Apr 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/04/gaia-formenti-poesie-criminali/)
Antonio Malagrida: vena larga e discorsiva centrata ma informe e tendente al registro medio (31 Mar 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/03/antonio-malagrida-fuoristagione/)
Diego Caiazzo: dialogiche meditazioni bisognose forse di asciugatura formale che le connoti (30 Mar 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/03/diego-caiazzo-la-via-lattea/)
Alberto Nessi: discorso sospeso che coniuga ricordo ed osservazione (19 Mar 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/03/alberto-nessi-un-sabato-senza-dolore/)
Ida Travi: rimembranze intimiste in mix disomogeneo di forme chiuse, basse o cantilenanti (8 Mar 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/03/ida-travi-dora-pal-la-terra/)
Domenico Brancale: forme ancorate ad un discorso qui pre-tecnologico e comunitario (7 Mar 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/03/domenico-brancale-per-diverse-ragioni/)
Riccardo Canaletti: voce gentile molto giovane ed ancora in formazione (23 Feb 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/02/riccardo-canaletti/)
Andrea De Alberti: voce centrata e relazionale di registro quotidiano (21 Feb 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/02/andrea-de-alberti-dallinterno-della-specie/)
Riccardo Campion: a meta’ fra razionale e creaturale, con solidificazioni espressioniste (13 Feb 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/02/riccardo-campion-geografie-private/)
Martina Luce Piermarini: scrittura franta dell’io, immaginifica e sostanzialmente informe (6 Feb 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/02/martina-luce-piermarini/)
Francesco Scarabicchi: versicoli che pulsano immersi in ambiente ostile (4 Feb 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/02/francesco-scarabicchi-il-prato-bianco/)
Anna Cascella Luciani: il dettato prosastico costringe il registro onirico-relazionale ad un tono quotidiano (15 Gen 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/01/anna-cascella-luciani-2/)
Lucia Brandoli: diaristica di registro medio-alto della relazione e del ricordo, con veli (10 Gen 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/01/lucia-brandoli-anello-di-prova/)
Marco Piatti: poche e brevi parole per una voce esile ma autonoma (5 Gen 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/01/marco-piatti-2/)

Claudia Di Palma: vena intimista ancora in cerca di messa in forma e calibrazione (1 Gen 2017, http://poesia.blog.rainews.it/2017/01/claudia-di-palma-altissima-miseria/)

Autore: Giuseppe Cornacchia, Maggio 2018, diritti riservati

Poesie da Le Parole e Le Cose 2017-2018

[Il blog Le Parole e Le Cose si e’ affermato negli ultimi anni come il braccio telematico dei discorsi simil-accademici o comunque colti, intersecando condizioni materiali e letteratura. Compaiono anche testi di poesia, molto spesso gia’ canonizzati o in via di. Vale la pena guardare quelli recenti, fra 2017 ed inizio 2018, ma in lettura veloce, cercando emergenze di poetica o del poetico piu’ che filologie ormai e spesso casuali quando non involontarie. Giuseppe Cornacchia, Maggio 2018]

Igor De Marchi: registro popolare semi-colto in forme medio-basse (19 Apr 2018, http://www.leparoleelecose.it/?p=32005)
Anna Maria Carpi: epica minima e popolare ad agnizione religiosa (16 Mar 2018, http://www.leparoleelecose.it/?p=31519)
Corrado Benigni: discorso compunto in forme qui controllate e piane (8 Feb 2018, http://www.leparoleelecose.it/?p=31034)
Massimo Barone: poesie dell’idealizzazione creaturale della vita (26 Gen 2018, http://www.leparoleelecose.it/?p=30814)
Gherardo Bortolotti: riscrittura dei vocabolari che prelude a riscrivere discorsi (24 Gen 2018, http://www.leparoleelecose.it/?p=30782)
Remo Pagnanelli: testi autonomi e formati di proprieta’ prismatiche rispetto al discorso (14 Dic 2017, http://www.leparoleelecose.it/?p=30368)
Franco Arminio: Spoon River della provincia in forma di verso prosa (9 Dic 2017, http://www.leparoleelecose.it/?p=30219)
Stefano Raimondi: testi del corpo dilatato e tensorizzato (30 Nov 2017, http://www.leparoleelecose.it/?p=30149)
Laura Pugno: versicoli della relazione luminosa e liquida (24 Nov 2017, http://www.leparoleelecose.it/?p=30065)
Luigi Socci: testi centrati e vivi perfettamente economizzati (21 Nov 2017, http://www.leparoleelecose.it/?p=29972)
Italo Testa: filo di parole qui indistinte e indifferenti al tempo (10 Nov 2017, http://www.leparoleelecose.it/?p=29721)
Marco Giovenale: accumulazione del pensiero che racconta l’indistinto (25 Ott 2017, http://www.leparoleelecose.it/?p=29564)
Guido Mazzoni: pensiero poetante in forme tradizionali e modi del quotidiano (28 Set 2017, http://www.leparoleelecose.it/?p=29123)
Simone Burratti: testi del corpo in forme varie e complessivamente slegate (13 Set 2017, http://www.leparoleelecose.it/?p=28925)
Gabriel Del Sarto: narrazioni mistico-razionali in forme semipiane  (19 Lug 2017, http://www.leparoleelecose.it/?p=28456)
Alberto Pellegatta: vivacita’ verbale in stupori quotidiani a tema vegetale (16 Lug 2017, http://www.leparoleelecose.it/?p=28421)
Marco Corsi: forme controllate per testi sostanzialmente emozionali (12 Lug 2017, http://www.leparoleelecose.it/?p=28362)
Marco Giovenale: dettato levigato e congruo di matrice razionale (29 Giu 2017, http://www.leparoleelecose.it/?p=28172)
Gilda Policastro: forme varie e a tema, qui sostanzialmente inermi (10 Mag 2017, http://www.leparoleelecose.it/?p=27466)
Stefano Carrai: registri alti e bassi mescolati in disposizioni non canoniche (11 Apr 2017, http://www.leparoleelecose.it/?p=27135)
Paolo Maccari: intimismi minimi e sentimentali (5 Apr 2017, http://www.leparoleelecose.it/?p=27013)
Federico Italiano: narrazioni del quotidiano semplificate dal registro medio (14 Mar 2017, http://www.leparoleelecose.it/?p=26626)
Andrea De Alberti: prosastiche razionaleggianti un quotidiano intimista (16 Feb 2017, http://www.leparoleelecose.it/?p=26242)
Francesco Scarabicchi: epica di versi brevi, contemplativi e luminosi (4 Gen 2017, http://www.leparoleelecose.it/?p=25909)
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Autore: Giuseppe Cornacchia, Maggio 2018, diritti riservati

 

Cablogrammi 2010-2011

[Estratti da otto anni di miei commenti nel blog letterario più trendy d’Italia, Nazione Indiana (2003-11), forse ancora utili al discorso. Giuseppe Cornacchia]

11 febbraio 2010 – Di condivisione di un protocollo per la lettura dei testi poetici si parla da almeno un secolo; nel piccolo di tutti e nel nostro presente, ognuna delle piccole comunità autoreferenziali si accorda su basi minime condivise. La “delusione” di Andrea Inglese, l’incomunicabilità fra le piccole comunità, agisce a livello estetico prima che di prassi: la fascinazione (fascista?) del testo, la bellezza, non è risolvibile con un trattato né esplicabile con un manuale di lettura. È un’esperienza privata, forse “progressiva” a seguito di grandi sforzi pedagogici. Ed è la prima barriera all’apertura. L’ “invasione matematica” conduce anche all’idea recente di peer review per la poesia, liddove i peer sarebbero gli attori, indistintamente (si argomenta poi su un’ idea di autorevolezza data dal giudizio dei peer, quantitativa); idea impraticabile, visto che la fascinazione precede la codifica razionale, così come l’esperienza precede la parola. Ci sono Cento Lettori in ognuna delle reti del web, da quelle mainstream a quelle remote. Il non riuscire a liberarsi della verticalità gerarchica, pur cercando di spalmarsi nell’orizzontalità della rete, riflette forse la natura culturalmente ibrida della generazione oggi intorno ai quarant’anni. In ogni caso e per quel che può interessare, in tanti ad un certo punto pagano pegno al gesto ordinatorio, classificatorio, muscolare. Se questo topic racconta un commiato, è l’ultimo di una lunga serie di simili commiati.

9 marzo 2010 – Il destinatario dell’intervista (libro) può essere di tre tipi: il lettore comune, che fa vita del tutto lontana dalle lettere; il lettore attivo, magari anche scrittore, che ha una nozione personale e un suo pre-giudizio; il lettore critico, molto pochi questi, che fa della critica un lavoro e funge da dissezionatore. Paradossalmente, lettore comune e lettore critico sono destinatari più raccomandabili del lettore attivo, dato il loro occhio vergine e frontale; paradossalmente perché poi, all’atto concreto, la comunità letteraria è in effetti composta dei lettori attivi. L’esperienza davvero interessante, di questi tempi, sarebbe mettere l’oggetto intervista (libro) in mano al lettore comune: l’occhio ineducato, il corto circuito imprevedibile, il disvelarsi di richiami inattesi o anche inattendibili. Questa è l’esperienza della diversità (della poesia).

16 marzo 2010 – Mozzi, lei non ha risposto da irresponsabile, ma come uno che non si sente parte di una “comunità stretta” nella quale vigono cortesie e modi aperti, empatici (come in qualsiasi comunità stretta). Non sentirsi parte della comunità stretta che si raccoglie in Nazione Indiana non è drammatico: si può esserne alieni culturalmente o in qualche modo non conformi alla prassi (oltre che naturalmente esterni perché non validati o non accettati). Ma lei sostanzialmente pone una questione di stile, di forma, di forma propriamente letteraria, che qui in NI è stata da tempo sorpassata da una contingenza pratica, didattica, didascalica, cioè politica. Lei sta dicendo formalmente che il gruppone resistente ha le stesse pecche del gruppone dominante, che è già un bell’atto anti-empatico (non irresponsabile). Sostanzialmente poi lei ribadisce la superiorità dello scritto, dell’atto, del testo chiuso, sull’intenzione, sul ragionamento, sulla lotta, il che -di nuovo- non è irresponsabile, ma una dichiarazione di poetica.

18 marzo 2010 – Caro Morgillo, agli effetti pratici le “comunità strette” non vivono nel tardo impero, ma chiuse nel loro castelletto / fortalizio (accademico, bancario, laboratoriale o anche solo internettico). Le masse, da quelle prospettive testimoniate anche da Alcor coi “vecchi-ombra” di cui si tiene conto, sono appunto masse indistinte che poco o nulla scalfiscono il lavoro. Le mescolanze, ancora citando Alcor, sono interessanti ma rare e tutto sommato poco proficue: dal punto di vista del fortalizio, la massa nulla aggiunge e anzi svaluta; dal punto di vista delle masse, il fortalizio è un luogo di privilegio o, ben che vada, di astrusità. L’apertura empatica alle masse, da cui anche il pop, è una fenomenologia del mercato (e qui torniamo a Bortolotti-Reister).

29 marzo 2010 – Credo ci sia un problema sostanziale che sicuramente aggiunge alla condizione storica, obiettiva, di svantaggio femminile (per la quale la generazione 30-40enne ha comunque una sensibilità). Cioè la pretesa che un sistema di mercato, anche imperfetto come quello italiano -e più in largo europeo- debba uno stipendio a chi dentro il mercato non riesce ad entrarci o a starci. Non è mia intenzione ritornare su questioni dibattute anche qui su Nazione Indiana: l’indiscriminata accoglienza di facoltà soft rispetto alle ben più proficue tecnico / scientifiche, la non abitudine a pensarsi in termini di processo-prodotto, l’eccessiva dipendenza dal familismo (morale o amorale) proprio del nostro Paese. Capisco anche che la Costituzione tuttora vigente reciti che l’ Italia è una Repubblica fondata sul Lavoro, ma la Costituzione non è eterna né immutabile. Sostanzialmente: senza le reti di protezione abbastanza forti in passato, senza l’assistenzialismo di massa dei decenni democristiani, lo slittamento delle classi medie o medio-basse verso la povertà è evidente. Ma non è un governo a poter porre rimedio, e nemmeno un insieme di Stati. È la dinamica macroeconomica del riequilibrio globale, la crescita netta di Paesi quali Cina, India, Brasile, Russia, ad impoverire l’Occidente ricco, anziano e statico. Che si fa, allora? La nuova migrazione non è un fenomeno ristretto a poche migliaia di individui giovani e più o meno qualificati. Migrazione invero non è perché l’Europa è una, Ryanair arriva ovunque, Internet mantiene i legami. Nemmeno ricollocarsi, riconvertirsi, è difficile: ci sono qualifiche smerciabili ovunque nei settori del turismo, della moda, della ristorazione… settori storici della buona arte di arrangiarsi italica. Non capisco insomma la recriminazione. Uno stipendio non è dovuto a nessuno, ripeto. Passare nella metà che parassita lo Stato o darsi una mossa per ricollocarsi anche fuori Italia sono le opzioni. Il piagnisteo non lo è, così come l’illusione che una qualche rivendicazione di massa possa aiutare. Non aiuta perché in regime di mercato non trovi due persone che vogliono la stessa cosa, sapendo fare la stessa cosa.

31 marzo 2010 – Guglielmo, siamo qui da anni a parlarne e le posizioni sono chiare: in Nazione Indiana ritengono che la triade Nazione Indiana – Carmilla – Primo Amore faccia comunque un lavoro di resistenza che le rende leader del web letterario italiota. Dopo di che vengono fuori i questionari come il corrente e le posizioni poco eroiche e vagamente annoiate di molti degli autori. Credo che a monte ci sia il senso di perdita del “nanny state” rappresentato dalle grandi aggregazioni politiche, religiose ed ideologiche che tiravano fino allo tsunami berlusconiano. Gli io sparuti e impauriti, illivoriti, esclusi, che comunque sentono di valere un’individualità degna di voce, si sono gettati in rete, annacquandone lo scopo originario (condivisione di risultati scientifici). La rete è diventata una piazza. Nel guazzabuglio, ognuno rema come può e si fa anche qualcosa di buono, sul campo; ma la discussione sui libri si è da tempo spostata sulle “condizioni materiali”. Secondo molti, perché siamo in emergenza democratica; secondo altri, perché l’estetica dei libri è talmente fiacca che l’unica giustificazione possibile al darsi voce e tono è la discussione politica. Se leggiamo le risposte da un punto di vista politico, queste riproducono la spaccatura nel Paese reale: grossomodo metà autori si sentono coinvolti e impegnati, mentre l’altra metà liquida l’impegno in due righine. Il web leader continua a macinare: contatti, articoli, commenti, un’altra giornata è andata, un invito è arrivato di qua, una presentazione di là, un gettoncino cotà, un articoletto qualà. L’unica domanda sensata da porsi è: dove sono le opere letterarie? Lagioia dice che ci sono e che gli autori sono tenuti solo a scrivere opere letterarie. Io tutto sommato condivido. Tu?

13 aprile 2010 – Georgiamada: non c’è nessun biasimo verso Saviano nel considerare Gomorra, dal punto di vista letterario, inferiore ad altri libri odierni (non nomi di autori… Ma nomi di libri, opere); così come immagino molti di quelli che non nominano Gomorra siano altresì concordi nel ritenere Saviano (nome di autore in questo caso) scrittore socialmente importante e cittadino rilevante nel panorama italiano contemporaneo. Il fatto che i libri di grana letteraria più fine, menzionati da altri, non arrivino a te o a Morgillo, è un altro tipo di problema, squisitamente letterario o di poetica; arriveranno Cortellessa o Policastro a farvi la lezione sul perché alcuni libri siano letterariamente più importanti di altri ma qui l’importante è capire che stiamo parlando di ambiti differenti e che tu, come Morgillo, cercate solo di metterli assieme, mentre non vanno storicamente assieme: quella tendenza è nata negli anni 80 col pop ed è già finita dopo l’abbuffata postmoderna dei vari Klein, Fukuyama, Gladwell, Cultural Studies, Allevi stesso… oggi da questo punto di vista siamo a YouTube, alle Susan Boyle, al bimbo thailandese di I will always love you, a Lonely Girl.

13 agosto 2010 – Raimo: Berlusconi non è della pasta e di quelli che citi tu e ha di buona una cosa: fa intravedere il meccanismo di creare più di una torta, cosicchè lui possa mangiare indisturbato la sua e gli altri indisturbati la loro. In effetti si tratta di pirati, non c’è alcuna creazione di valore aggiunto, ma è tutta sottrazione (di beni pubblici, di tasse del contribuente, di fondi europei, di fondi a provenienza illecita). È un sultanato, uno di quei paesi in stile Golfo nei quali la vita è apparentemente tranquilla, ordinata, ma un pesante apparato repressivo mediatico (chiedi a Boffo e Fini) killera gli indesiderati e tiene imbrigliate le energie spesso ingenue delle masse, che qui da noi occidente evoluto si chiamano cittadini o meglio contribuenti. Per non parlare dell’ apparato poliziesco che ben si manifesta in ogni occasione di manifestazione alternativa.

5 settembre 2010 – Sono un lettore di poesia e quando cerco prose, vorrei che lavorassero essenzialmente sulla lingua. Ho già citato le mie preferenze per alcuni, pochi, libri contemporanei. In questo senso, se dovessi valutare i cataloghi di Einaudi e Mondadori, cioè la giustificazione principe di chi rimane dentro, sarei abbastanza severo: la collana Specchio è molto alterna ma complessivamente sciatta (apprezzo Pier Luigi Bacchini e amo le traduzioni dall’inglese di Luca Guerneri, meno la muldooniana, il resto è fiacco); la Bianca Einaudi degli ultimi dieci anni mi pare francamente imbarazzante (a parte Ivano Ferrari, la summa di Angelo Maria Ripellino e l’antologia di Enrico Testa). Questo per dire che i cataloghi sono figli del tempo e che essere nel catalogo in questo tempo, in queste condizioni, in questa compagnia, non mi pare un grande affare. Ma i miei gusti sono appunto gusti e presa di responsabilità individuale, così come ho detto che alle persone in Mondadori / Einaudi va lasciata libertà di fare il mestiere e racimolare il giusto compenso al loro lavoro. Ovviamente non mi arrogo neppure il diritto di indicare l’editore ideale, ma tutto il bailamme mi coglie sostanzialmente di sorpresa: non ho mai ritenuto nella mia contemporaneità Einaudi e Mondadori quali summa delle patrie lettere. E non li ho mai ritenuti tali perché la valenza estetica, artistica, nel contemporaneo indicata da quelle case è a mio avviso al ribasso costante, proprio per la contaminazione berlusconiana, il mindset, l’approccio mercatale (chi è orgoglioso di starci o entrarci lo fa come i nani sulle spalle dei giganti). Piuttosto ho amato e sono cresciuto con la collana Elefanti Poesia di Garzanti e ho sommamente goduto in più e più riprese del progetto editoriale Adelphi, davvero in più e più occasioni. Dico dunque che se mai dovessi finire ad “instaurare un rapporto di collaborazione con persone del mondo editoriale” (formula vuota e un po’ retorica, perché oggi una persona avveduta può fare la filiera da sé, anche senza i paradossi pauperistici di Alessandro Ansuini), quella è Adelphi. E per quel poco che capisco, sono abbastanza certo che gran parte degli autori che populisticamente si vorrebbero fuori da Mondadori / Einaudi, in Adelphi non troverebbe alcuno spazio. Questo mi basta per rimanere indifferente, artisticamente parlando, al loro destino individuale, ai mal di pancia indotti e alle pressioni qualunquiste che li stanno sovrastando.

8 settembre 2010 – La strada è coraggiosa ed è stata percorsa costantemente nel web, già ai tempi delle prime newsletter e dei gruppi di discussione (ricordo it.arti.scrivere e it.arti.poesia, con gente che si autostampava anche dopo essere stata pubblicata mainstream). Che ora diventi una forma di capitalismo individuale è anche una contingenza storica, quella del mercato di massa nel quale le piccolissime nicchie hanno maggiori prospettive dell’offerta omogeneizzata ma priva di battage pubblicitario, battage che è ciò che dirime chi sopravvive a parità di prodotto (si vedano, al contrario, i fenomeni hard discount e anche quello dei medicinali biocompatibli che tentativamente erodono quote dai brand, a parità di prodotto e senza battage). Il problema è che il timbro “qualità”, specie in ambiti estetici, non lo rilascia nessuno e che bene o male i discorsi artistici portati avanti dai vari gruppi, quando consapevoli e ben organizzati come voi, sono rivolti ad un piccolissima nicchia di iniziati e affini. Io per esempio non mi abbono a Murene perché sostanzialmente trovo noiosissimi gli autori coinvolti e presentati, pur avendo rispetto per la “fratellanza militante”, così come ho smesso di abbonarmi ad Atelier e così come sostanzialmente ignoro la produzione delle edizioni di Alessandro Ansuini (che prendo a riferimento anche qui come portatore di un modo pauperistico in teoria migliore, rispetto al turbocapitalismo, ma esteticamente tutto da verificare esattamente come quell’altro). Mi piaceva qualcuno dei Millelire di Baraghini, libretti bianchi e neri in carta pessima che però valevano il mesetto prima della scadenza, ma l’impresa fallì . Non mi sento in colpa per il fatto di non sostenere la “fratellanza” perché non c’è legame reale tra chi svolge la stessa attività. E a mio parere nemmeno dovrebbe esserci, essendo questo un ambito estetico prima che sociale. Non c’è legame perché non faccio di questa attività un mestiere e, mi pare, non la facciate nemmeno voi di Nazione Indiana, che siete in maggioranza retribuiti in altro modo. Inoltre e a puntellare l’impossibilità del mestiere, è ancora diffusissimo in Italia il malcostume del chiedere lavoro di livello professionale a gratis (un contributo saggistico, una traduzione, una lettura tecnica), come se l’impegno militante bastasse a se stesso e non dovesse comprare pane. Ad un certo punto, imparare molto bene un linguaggio di programmazione universale come il C++ è molto più remunerativo e soddisfacente del lavorare per la gloria, per i complimentucci e le buone parole degli altri dilettanti (e dei furbetti) di questo settore. Insomma la strada è praticabile ma a grandissimo rischio di solitudine e di un altro tipo di omogeneizzazione, quello dei senza voce, degli scriventi che alla fine pubblicano a pagamento o si autostampano. Discorso che per la poesia avrebbe un senso ma che, nel mare magnum delle cose da fare e da pensare e da guardare, non ha speranze di filtrare nemmeno tra gli iniziati.

12 gennaio 2011 – Ci sono sentimenti contrastanti e vorrei scrivere più commenti, diversi, uno per ognuno di quelli, compartecipando delle diverse sensibilità e proposizioni. Però il sentimento più forte e anche più razionale è una estenuazione, la stessa che in fondo ha segnato il fallimento (e la conclusione) della mia presenza attiva in rete. È un sentimento cristallizzato nelle parole del mio collega telematico Angelo Rendo di inizio 2008, in uno dei lavori comuni: “Attorno si affolla il Dilettante: ci si interessa a tutti, si aprono le gabbie, ci si crea il pubblico, lo si fidelizza con la buona parola. Minima pubblicità.” Io credo che dovremmo tutti (tutti quelli di buona volontà) riflettere sul profondamente leso e oramai irrecuperabile dovere al silenzio, quando non si ha la conoscenza -né la rappresentanza- necessaria ad esprimere un parere (in questo caso legale, poi politico e infine civico). Dovere barattato, in Italia, con il diritto all’opinione individuale, in realtà la doxa del consumatore. Lo scrittore Arminio parla di “autismo corale” che avrebbe infine ucciso la poesia, cioè l’anima di un popolo. Immagine efficace e verticalissima, a guardare dentro l’abisso, che tuttavia non mi pare centri in pieno il bersaglio. L’immagine che offro io è quella della limitazione progressiva dello spazio illuminato (vorrei dire illuminista), quello su cui opera l’agire competente basato su culture e tradizioni che fanno parte della storia del sapere universale, umano, prima che su quelli applicati, giuridico, tecnico o scientifico che sia. Nel momento in cui tutte le opinioni valgono uno, come quelle in questo articolo e colonnino equiparate a sentenze passate in giudicato, il fondamento su cui si basa il lavoro di fare luce, lavoro che spetta a chi di quelle sentenze non si fida, viene irriemdiabilmente compromesso. Ciò che viene vilipeso è il saper fare: il talento necessario -unito alla preparazione tecnica- a cantare, suonare, scrivere poesie, capire di politica, economia, geopolitiche. Il talento della retorica. L’equanimità brutale e naturale di chi certe cose può dirle o farle, mentre altri no, fosse anche solo per ricevuto mandato (la famosa rappresentanza). In Italia il “saper fare” è spesso visto come fumo negli occhi, soprattutto da chi ha fatto della lotta di classe la sua bandiera. Sostituendo l’ideologia al talento, la comunità alla capacità, l’ apparato al gesto verticale (rivoluzionario perché svela l’oscuro, porta luce), si preferisce l’oscuro alla luce. L’opaco. Il diritto naturale, feroce, primitivo, dello stato militare a quello democratico. È questo che mi spaventa ogni volta che torno in Italia e provo a seguire il dibattito pubblico, quello che ormai conosciamo tutti come “teatrino”. Teatrino che da anni si ripropone ormai uguale in rete con gli stessi stilemi e le stesse oscurantiste finalità: affogare la razionalità cosciente in una frenetica (e vana) pulsione, flusso termodinamico che infine smonta ogni forma di complessità a calore. Che smonta l’ umano come lo conosciamo in forma europea occidentale da sei secoli a questa parte, a sua volta affondato nell’organizzazione e nel diritto romano.

4 marzo 2011 – C’è stata un’evoluzione nella piccola editoria e il contributo richiesto per provare a farsi leggere comincia a diventare consistente: il concorso medio di livello nazionale costa ormai 40 euro. È anche vero che tale contributo spesso corrisponde al gesto amicale di chi supporta un progetto, una tantum, una volta l’ anno, e acquista dei libri, perché dei libri di pari valore verranno recapitati. A me pare che non si possa fare torto a chi di questo mestiere tenta di fare un lavoro, maturare un sostentamento per campare. Esistono diverse piccole realtà (penso ad esempio Kolibris di Chiara De Luca, Fara di Alessandro Ramberti, fino ad Anterem di Flavio Ermini, passando per Poiein di Gianmario Lucini e più in largo per LietoColle di Michelangelo Camilliti) che esprimono complessivamente valori letterari spesso dignitosi ed hanno anche utilità sociale. Ciò detto, concordo con chi vorrebbe che la pratica venisse esercitata in altro modo, anche in rete, ma segnalo il rischio che da un lato si ricada nella trasmissione coatta -e coercitiva- di alcune “maniere” su base volontaria che si autoramificano compatte alla promozione di una ormai mitica simil-Padania poetica, e dall’altro che si finisca in giri eccessivamente periferici e tutto sommato più vicini alla vanity press di quanto si pensi, col bonifico da 1000-1200 euro da sborsare dopo mesi di vittimismo provinciale o regionale. Sostanzialmente l’umile consiglio ai giovani è quello di mollare la presa, farsi una vita in questi tempi grami e lasciare che la poesia venga, se deve venire, come occasione, in parallelo all’esistenza invece che come ragione di vita. Altrimenti quelle sono le regole dell’arena, i comportamenti non proprio adamantini e la sgradevole sensazione di un abuso della buona fede sentimentale. Questo letterario è forse il solo ambiente nel quale, in ormai vent’anni, non ho incontrato nessuna persona realmente interessante; solo di volta in volta spinte progettuali, testi ben fatti e infine qualche libro notevole.

24 marzo 2011 – Avendo vissuto tutto il periodo in questione su molti dei luoghi telematici riportati e avendone visti nascere / morire tanti altri, devo dire che l’ articolo è tutto sommato obiettivo, ma molto limitato alla sola punta dell’iceberg e davvero a spanne nelle conclusioni sui meriti / demeriti conseguenti. Anzitutto io contesto che i luoghi citati nell’articolo abbiano rappresentato il meglio, qualitativamente parlando, emerso in questi 13 anni sul web italico, a parte forse la “Società delle Menti” di Clarence (by Giuseppe Genna and friends) di fine anni ’90, che davvero forò la cappa generazionale e consentì il primo reale contatto fra outsider ed insider senza davvero alcun filtro all’ingresso. Mancano esperienze partite dal basso quali i newsgroup di metà anni ’90 (it.arti.scrivere, it.arti.poesia); mancano i siti seminativi della fine anni ’90 (almeno Bookcafe, Arpanet, Pseudolo, Fernandel, il bollettino Vibrisse spedito via mail); mancano esperienze degli anni 2000 (penso almeno a SguardoMobile, Il Compagno Segreto, Zibaldoni, La Dimora del Tempo Sospeso, il magazine triestino Fucine Mute e anche al mio fu nabanassar). In sostanza, il dilemma che si inizia a porre a chi scrive di rete col piglio storiografico di chi traccia un bilancio è semplice: considerare i siti “mediani” come è stato effettivamente fatto, che convogliano e raccolgono l’attenzione -oltre che dei pochi del mestiere che mano mano si sono avvicinati al mezzo- del pubblico di rete di massa, costituito in larga parte da outsider (oggi si direbbe precari del settore umanistico) e persone più o meno dignitose di varia estrazione e curiosità (insegnanti, sindacalisti, ex musicisti, ingegneri, preti, casalinghe). Oppure considerare i siti che hanno prodotto (e in alcuni casi ancora producono) contributi letterari al livello quando non notevolmente superiori- di quelli che fino a 15 anni fa finivano qualche volta in terza pagina. Tirando al massimo la questione e forte della mia esperienza sul campo, l’impressione è che questo articolo si limiti alle bollicine recenti del minimo ritorno mediatico, della minima pubblicità derivata dall’apertura al Dilettante (come qui nei commenti) e alle classifiche di gradimento, propria del web 2.0. Ma un occhio 2.0 giocoforza perde tutta la specificità del fu 1.0 che -ahi ahi, i bei tempi che furono- aveva tutto un altro spessore. È anche vero che dei pionieri resta un ricordo spesso mitizzato, ma la differenza tra 1.0 e questo 2.0 (presto 3.0 interattivo su smartphone e altre diavolerie del genere).

21 aprile 2011 – Sugli ultimi commenti: venire a fare certi discorsi qui, sul sito mediano più influente del web letterario italico, mi pare un paradosso. Del resto, una sana alterità -anche a ciò che questo sito rappresenta- è possibile costruendo altre forme e altri luoghi estetici, che esistono e sono esistiti ma che le ricostruzioni storiografiche delle neotruppe cammellate e precarie della critica non citano neppure. Non le citano -in perfetta malafede- perché la misura implicita è il consenso, nella sua forma gelatinosa, mediana (che non sempre si sovrappone alla mediocrità di cui strilla il commentatore Antonio) e conglomerante di cui Berlusconi ha fatto la sua bandiera. I tentativi di uscire da questo ghetto “di sinistra” classica, su questo sito, li fanno il deideologizzato Forlani e le “minoranze” (Matteoni, Janeczek, Buffoni), col contributo flaneur del candido Sparzani. Ma tutto il resto è francamente corrivo e non degno dell’ autoproclamato sito letterario più importante della penisola.

23 aprile 2011 – Talia: molto in breve sulla differenza fra un principio artistico fondato sulla politica ed uno fondato sull’estetica. Se lei parte da un’idea politica per formulare una teoria artistica e dunque un giudizio estetico, avrà maggiore interesse a tenere la truppa unita che a distinguere i talenti, sia all’interno della sua stessa truppa (tutti sono utili finché sono utili, non conta molto che loro stessi e le loro opere siano valide) che all’esterno di questa (tutti sono inutili e quindi automaticamente le loro opere non valide). Se lei invece parte da un principio estetico, uno fra i tanti esistiti nella storia o qualcheduno dei più nuovi suggeriti dalle avanguardie e messi a collaudo, distinguerà un contributo dall’altro, un’opera dall’altra e non riuscirà mai a tenere unita alcuna truppa, sia perché privilegerà l’opera all’individuo / cittadino / militante, sia perché non avrà pre-giudizio sull’opinione politica nel considerarne le opere. I primi anni del web letterario italiano erano fondati su un rapporto di tipo estetico tra i partecipanti, mentre oggi la fanno da padrone rapporti di tipo politico (a mio avviso perché molti cartacei hanno perso la carta, così come hanno perso la rappresentanza in parlamento), senza voler per forza circoscrivere questo “politico” nella dialettica pro-contro Berlusconi, che pure domina i siti portati ad esempio dai catalogatori del nuovo millennio.

Autore: Giuseppe Cornacchia, 2010-11, inediti su carta

Nuovi Poeti Italiani 6, Einaudi, 2012

[Lettura di Giuseppe Cornacchia di inizio 2014, inedita su carta]

La prefazione di Giovanna Rosadini è teoricamente assai debole, tenuta in piedi da uno stile amichevole, inclusivo e sostanzialmente vuoto. Non si capisce come abbia selezionato le poetesse in antologia e non si capisce come ne misuri il valore. O forse non lo vuole misurare, questo libro è un atto di resistenza femminile in un mondo spaventosamente maschilizzato. E’ come se non potendo fare dieci libri singoli nella grande collana nazionale, Rosadini si prendesse la briga di supplire facendone uno collettivo. Ho la certezza che tutte le parole siano in fondo vacue e che contino solamente i gesti, dunque Rosadini ha fatto bene a certificare una sorellanza. Ho anche la certezza che, fatto salvo il rumore, ogni voce porti con sé un grado di frustrazione, che è poi l’essenza dell’essere vivi: se tutto fosse sempre e solo perfetto, non ci sarebbe cammino.

Alida Airaghi (1953) è la prima antologizzata. Dico subito che la sua poesia è di ottima fattura, classicamente semplice e ben formata. Dico anche che la scelta dei temi, fondamentalmente l’amore sfiorato o quello perduto, è altrettanto classica. Airaghi era già stata inserita in “Nuovi Poeti Italiani” n.3, del 1984, ci si può quindi chiedere cosa sia successo, nei 30 anni successivi, per vederla riapparire in un’altra antologia senza che forse ci sia stata consacrazione editoriale individuale. E’ a mio avviso frutto più del caso che di circostanze avverse. Molti scrittori pensano che ci sia una congiura del silenzio attorno alle loro cose ma non è vero, è semplicemente che queste bagatelle fanno appena il 5% della vita intera (citando Montale: “Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere / ed è già troppo vivere in percentuale. / Vissi al cinque per cento, non aumentate / la dose…”) e come tali pesano nelle faccende quotidiane. Scalare la rupe che porta alla torretta è un lavoro e va preso come tale, se no silenzio. Il cinque per cento di Airaghi è comunque di notevole fattura, anche se non esattamente originale. E l’appunto che si potrebbe fare è esattamente questo, una non marcata originalità che non ha fatto “notizia”, che non ha dunque obbligato nessuno o quasi ad interessarsi irrimediabilmente del suo caso. Se la vita è una corsa e se lo scopo è il traguardo (non è detto che lo siano, io non lo credo), Airaghi è andata piano. Ma cosa c’è nel libro “Nuovi Poeti Italiani” n.6, di Airaghi? Poesie dell’amore sfiorato o perduto, introdotte da un poemetto in sonetti su Orfeo che s’innamora e quindi perde la sua Euridice e da omaggi a poeti sentiti affini quali Caproni e Montale. L’evidente talento nell’uso della forma chiusa, l’evidente calco di voci introiettate, fanno di questa scrittura un fulgido riferimento *non decisivo* nel panorama poetico contemporaneo. Riguardo l’ultimo sonetto di Euridice ed un mottetto di omaggio a Montale. Poesie del rimpianto e della maturità che riconsidera un passato ormai perduto, che sarebbe potuto andare diversamente, poesie del perenne incantamento. Dal punto di vista semiologico non c’è superamento del vissuto, non c’è elaborazione del dolore. La vita si è cristallizzata in quel che non è accaduto. La voce è restata dentro il fortino della poesia ed è rimasta umana, non uscendo da se stessa. Che sia questo, il limite di Airaghi?

Daniela Attanasio (1947), seconda antologizzata, mostra una voce sostenuta che si allarga qua e là in tranci narrativi e considerazioni introspettive. E’ come se la costruzione di un dettato si fosse imposta sulle cose, marginalizzando i fatti e informando sentimenti e sensazioni. Il poemetto “Il ritorno all’isola” è esemplare nella resa multiforme, dissonante di temi, stili e calore. Non sono sicuro che questa scrittura si regga autonoma, mi sembra troppo compunta e a tratti artificiosa, gli squarci rivelatori sembrano sul punto di esplodere ma sono attutiti a forza in considerazioni e divagazioni marginali. Va meglio quando la ritmica zoppicante si allenta in fluida narrazione. Attanasio ha fatto una carriera poetica locale e ha notevole richiamo nell’area di Roma. Non sono sicuro, da quel che ho letto, che la sua voce abbia rilevanza nazionale: ci sono briglie ai versi che altrove e da altre voci sono state sciolte, ci sono introspezioni attutite che da altre parti sono state più vissute, si sente un’autoinvestitura nei toni che non ha ragione di essere se comparata ad altre rese maggiormente speciali e degne di menzione.

Antonella Bukovaz (1963), autrice bilingue slovena e di confine, è la terza antologizzata nel volume. La sua è una poesia molto attaccata alla natura ed ogni tema fondante (il tempo che scorre, l’amore ideale, l’attaccamento alle radici, il senso della poesia) trova un correlativo in alberi, piante e nominazioni tonalmente fredde, ma non per questo distaccate. Il lungo poemetto “al Limite” è più vicino alla prosa che alla forma chiusa e mantiene la lettura ad un grado accessibile. Vanno notati i frequenti interstizi non semanticamente letterari, invece materici e riferiti ad un quotidiano concreto. La voce non si sbilancia ed ha una sua gravitas, pur non risultando particolarmente originale, e mostra alcuni tratti convincenti. Particolarmente riuscito è lo sviluppo del tema d’amore e della figura dell’altro, anche in questo caso (come in Airaghi ed Attanasio) più una auto-proiezione che un’entità reale. E’ come se la costante di queste prime tre voci fosse un oggetto di devozione traslato, in Bukovaz meno artificioso che in Attanasio e meno lontano temporalmente che in Airaghi. La voce perde qualcosa nelle descrizioni, quando la necessità di allentare la presa sulle questioni cardine e sulle motivazioni profonde della sua stessa espressione indugia in tratti economicamente non necessari, comunque più vicini alla prosa che alla poesia. In conclusione, una voce solida ed un minimo sfrangiata che non lascia versi memorabili né grandi rivelazioni, quanto piuttosto un lungo filo intessuto che cerca di fare ordine e dare calore ad un immaginario naturale piuttosto freddo. Siamo al limite minimo, come valore estetico, per una proposta a livello nazionale, ma è certamente una voce notevole di confine e dal confine.

Ci sono pantomime che duranno decenni, vere telenovelas che alla fine stufano, anche in versi, perché il fumo è fumo e crea solo confusione. Nelle prime tre voci antologizzate, l’amore visto dalla parte di donna rappresenta la solita e vecchia paura di non essere desiderata mentre quella dell’uomo è di non valere, di non essere lui il prescelto. Posta del cuore che tuttavia muove il 90% del mondo artistico. E’ noiosissimo leggere queste robe nel 2014, manca assolutamente il senso della misura e, soprattutto da parte femminile, manca il senso dell’umorismo. Da parte maschile si sono lette almeno grandiose tempeste ormonali (i poemi cavallereschi: l’Orlando Furioso, l’Orlando Innamorato, il Don Chisciotte), ma da parte di donna è frequente oggi un delirio medianico – stregonesco semplicemente brutto perché privo di misura, senso compiuto, armonia ed equilibrio.

Mi scuserà la quarta antologizzata, Maria Grazia Calandrone (1964), sicuramente la migliore voce fra le quattro finora lette: rotonda, sostenuta (fino ad una punta di esaltazione), ostensoria (fino al kitsch) quando parla d’amore, grossa quando libera il fiato sulle cose. Il punto è che, messe assieme, le quattro caratteristiche non impressionano in senso positivo. Per quanto apprezzabile e sicuramente di valore rispetto alla media, la poesia di Calandrone è spesso illeggibile per chi ha un’impostazione classica: vorrebbe rispetto ma induce incredulità, vorrebbe devozione ma induce scherno, vorrebbe concentrazione ma induce noia. E’ come se la matrice pagana -e dunque sghemba- obliterasse la forma. Attenzione, non sto stroncando la voce, sto dicendo che una costruzione architettonicamente sbilenca ed ingegneristicamente funzionale (quindi valida, si autosostiene e meritoria) a volte resta *brutta* e quindi a cosa serve? A chi e a cosa serve scrivere ottima poesia d’amore, finanche originale, ma brutta? Da dove nasce l’esigenza di ammorbare il lettore col brutto sentimentale? La voce di Calandrone va molto meglio quando invece dell’amore tratta i grandi  fatti di cronaca sociale, quasi scrivesse su commissione. Qui si allarga in spunti omnicomprensivi davvero totali, che restituiscono vividamente la reale portata delle cose.

La quinta antologizzata è Chandra Livia Candiani (1952). Di pratica buddista, le sue sono poesie minime e meditative, di tono omogeneo. La voce è tenue, è evidente l’aderenza ad un credo altro rispetto sia alla tradizione che al neo-sciamanesimo recente. Anche qui è raccontato l’amore, ma non rispetto ad un’idea o ad un’autoproiezione, quanto rispetto a piccoli gesti e piccoli incroci concreti. A differenza delle altre voci, si manifesta un chiaro rispetto dell’alterità, un non voler conformare né conformarsi simbioticamente. E’ come se la non tradizionale (buddista, appunto) accettazione della diversità, del concetto di karma individuale, penetrasse questi versi fino a scolorarli. Nella silloge sono anche riportate poesie che formano un dialogo con una bambina. Semioticamente, non è possibile risalire al rapporto che lega la voce a questa bambina (se stessa? una figlia?), interlocutrice privilegiata dei gesti d’attenzione della voce. Seguono alcune poesie su un simbolico morto che comunque fa delle cose o quantomeno suscita delle azioni. Anche in questo caso non è possibile risalire al rapporto fra voce e personificazione o quantomeno io non ne ho gli strumenti (e neppure la voglia). La poesia di Candiani è molto lontana dai miei intendimenti in queste faccende letterarie. E’ probabile che nel tessuto diaristicheggiante si celi una qualche accettazione desistente e rassegnata, oggettiva. Dal punto di vista estetico, l’inserimento in una antologia nazionale uscita presso l’editore più prestigioso mi pare al limite, rispetto ad altre voci non presentate (l’opposta, sanguigna e popolare voce di Nadia Agustoni, di cui è un ottimo contrappunto in modi e toni).

La poesia di Gabriela Fantato (1960), sesta antologizzat, appare a prima lettura come una lamentela frignante ed intellettualizzata circa i rapporti d’amore, nel cliché della melassa da posta del cuore citata sopra. Nel lungo poemetto dedicato al padre e alla figura paterna morenti, tuttavia, emerge e si rivela una gran pena, una registrazione sofferta e puntuale del distacco sia fisico che sentimentale che merita assoluto rispetto. E’ una poesia ispida, esteticamente di scarso valore perché priva di forma propria. Si presenta come un agglomerato di versi attorno a parole-totem che evidentemente raccolgono il massimo della significazione per chi scrive. E’ probabilmente la voce più debole fra quelle lette finora, una voce compressa che cerca sfiati in epifanie che al lettore appaiono deboli, ma che si capisce essere davvero sentite. La voce è sostanzialmente schiacciata dalla sofferenza e da quella modellata, come una gabbia o una armatura con piccolissime aperture. Un uso terapeutico ed introvertito della parola che si spera abbia avuto l’effetto di regalare un po’ di requie alla quotidianità della voce ed al suo fardello.

Giovanna Rosadini segnala nella sua introduzione il nome di Giulia Rusconi (1984) quale poetessa promettente e non inclusa in antologia sostanzialmente per questione di età. Motivo stranissimo ed ingiusto: avrebbe potuto antologizzare tredici voci invece che dodici. Non sarebbe stato un dramma, visto che la più giovane in antologia è Franca Mancinelli, comunque del 1981. Sono dunque andato ad informarmi. Rusconi è autrice di un solo libro, un esordio chiamato “I padri” ed uscito per Ladolfi Editore nel 2012. La voce è centrata e già molto consapevole. I bozzetti di figure maschili estesamente rappresentati sono intriganti, a loro modo crudeli. E’ come se la voce calibrasse la sua aria in relazione alle tipologie di maschio in grado di attrarre e quindi modellare col suo richiamo. C’è un afflato sostanzialmente erotico ma comico, senza pathos, perché non ancora investigato o forse già derubricato a non decisivo. Ne risultano poesie brevi e manierate. Si intuiscono nella giovane voce alcune potenzialità ma un discorso organico -nel femminile canonizzato da Rosadini- ancora non è stato sviluppato. Trovo corretta, comparativamente a quanto letto finora, la non inclusione. Avrei anche evitato di segnalarla: la pressione potrebbe condizionarne la resa futura.

Giovanna Frene (1968) è la voce più marcata e meno stereotipicamente femminile letta finora in volume. Di chiara ispirazione zanzottiana, sembra aver rinunciato a tutti gli stilemi di genere, esibendo una voce stentorea e sottilmente risentita. Una voce che ha una chiara volontà di potenza, se questo attributo può avere un senso, una potenza di nominazione e catalogazione ereditati forse dall’asprezza dei luoghi e dell’imprinting nativi. Una voce chiaramente meritevole di inserimento in una antologia nazionale per originalità e costruzione. I testi sono perfettamente autonomi e lontani, privi di calore. Oggetti mentalizzati, imperscrutabili ad una analisi piana. Sono complessi ma non complicati, più simili ad una partitura musicale di avanguardia che a quadri colorati o materia vitale. L’analogia più vicina è forse con la scultura, si tratta in effetti di produzioni dotate di volume. Anche Frene, come Fantato, si appoggia a parole-totem ma non le usa come concentratrici di senso, quanto piuttosto segnalatrici di dissenso rispetto alla sua stessa poesia. E’ questo un aspetto interessante, un’apertura nella gabbia di feroce autodisciplina. Una voce che non concede nulla al lettore, del tutto introvertita e resistente tanto alle mode del bel verso quanto a quelle opposte dell’avanguardia fine a se stessa. Rimane l’impressione che tale esperienza di scrittura non possa esser presa a modello e fare scuola, perché troppo personale. Resta la curiosità di vedere, se nel tempo a venire, maturerà qualche apertura, un allentamento delle briglie o una ulteriore chiusura claustrale.

Isabella Leardini (1978) è la voce più ariosa ed adolescenziale dell’intero volume. La sua è una poesia leggera, eterea, che ricordi gli esordi di Maria Luisa Spaziani. Il tema dell’amore non vissuto è la cifra caratteristica delle prime poesie in questo volume, tratte da “La coinquilina scalza” del 2004 e introdotte da Milo De Angelis. Le poesie successive, tratte dalla raccolta inedita “Una stagione d’aria” sono più malinconiche, segnano il passaggio ad una età adulta che si lascia dietro il rimpianto di una giovinezza non vissuta appieno. Dal punto di vista stilistico, le poesie di Leardini sono acquerelli emozionali di breve estensione, come bolle di sapone. Il linguaggio è quotidiano e l’aspetto emotivo prende spesso il sopravvento. Notevoli anche le arie paesaggistiche tipicamente romagnole. Non c’è un particolare valore letterario, non c’è uno spessore nella voce. E’ come se il succo della poesia fosse concentrato nell’attimo o, meglio, nel ricordo dell’attimo e di ciò che non è stato. Sono testi a tre quarti di poesia canonica ed un quarto di ballata popolare in musica. In sostanza, una voce che cristallizza una stagione della vita e la consegna al ricordo, di sicuro un dolce ricordo. Il suo inserimento in questa antologia è probabilmente giustificato in virtù di ciò, una giovinezza di buone maniere non del tutto vissuta e poi rimpianta.

Per Laura Liberale (1969), nona antologizzata in Nuovi Poeti Italiani n.6, Einaudi, 2012, si può fare a grandi linee lo stesso discorso fatto per Gabriela Fantato: poesia dei rapporti familiari e personali, da un lato per la figlia neonata, dall’altro per il padre morente, con corsivi nei versi che coagulano significato. I testi di Liberale sono più formati, con influssi indologici in alcune figure chiave, a partire dal nome della raccolta “Sari (poesie per la figlia)”. Si rimane in una cifra complessivamente diaristica e testi brevi. In alcuni un po’ più lunghi, il discorso si articola e la voce riesce ad estendere la gittata. Le poesie tratte dalla silloge “Ballabile Terreo”, dedicata al padre malato e poi morente, sono invece asciutte e cronachistiche. La voce accumula dolore in una asetticità che appare ironica, una compunzione che registra eventi trattenendo il respiro. E’ evidente che l’elaborazione ha ancora da venire. Nel complesso, una voce canonicamente appena accettabile, attenta alla sfera emozionale e dei legami d’affetto familiare. Si capisce perché Rosadini l’abbia inserita in questa antologia, in sorellanza resistente e partecipata.

Franca Mancinelli (1981) è la voce più giovane inserita in Nuovi Poeti Italiani 6 ed una delle più mature. I testi presentati, inediti, sono susseguenti all’opera prima “Mala Kruna”, pubblicata a 26 anni e molto ben recepita. Mancinelli ha anche un corposo numero di apparizioni in svariate antologie, riviste cartacee e premi di rilevanza nazionale. Una voce predestinata, dunque, riconosciuta da subito, che però non sente il peso di questa scena pubblica: i testi sono infatti chiusi e distanti, chiusi in un corpo ed in una nominazione della sue parti (elenco dai versi: pelle, cuore, anca, costole, occhio, voce, nudo, dorso, seme, ombra, peso,scorza, bocca, labbra, corpo, saliva, seme, mani, bava, piedi, denti, collo, torace, lingua, spine dorsali, sangue, viso, ciglia) che parla di un dialogo interiore, introvertito. Come in Giovanna Frene, è difficile nominare la ferita originaria, il trauma da cui questa espressione remota e monocorde prende il corpo, e neppure interessa. Fermandoci ai testi scritti, non si può non apprezzarne la compiutezza formale. Il linguaggio è scarno, a volte scabro, permeato da un calore freddo ma insistente. L’inserimento in questa antologia è pienamente giustificato in virtù di merito, sebbene esteticamente mi sia difficile apprezzare totalmente questo genere di scrittura, molto femminile ed austero.

Laura Pugno (1970) ha una voce di grande estensione imperniata, nelle poesie riportate in Nuovi Poeti Italiani 6, sull’acqua elemento  purificatore (che lavi via le scorie dal corpo) e sorgivo (dal quale la vita nasce ed infine ritorna). I testi sono ricchi di rimandi ed offrono svariati appigli ad una analisi di tipo semiotico. Qui si valuta solo la sostanza della voce “a peso” ed in modo comparativo, in questo senso Pugno è sicuramente top 4 nell’antologia assieme a Calandrone, Frene e Mancinelli. Sono le quattro voci che avrei inserito nella mia, fossi stato l’incaricato. La storia editoriale di Pugno è molto ricca ma non precoce: la sua prima pubblicazione è stata a 31 anni, nel 2001. Ne ha giovato la forma, dimostratasi già matura e compiuta in “Il colore oro”, 2007, da cui sono ripresi pochi testi in sequenza di un lungo poemetto relazionale fondato sull’amore, che qui appare trasfigurato nella figura dell’Altro. Il grosso è tratto da “La mente paesaggio” del 2010, l’opera compiuta e più densa di questa voce, nella quale predominano l’acqua ed il corpo in relazione alla perdita di una persona cara. L’impianto è sacrale, le immagini bibliche e pietose, il tono solenne ma partecipativo. Va notato che nell’antologia einaudiana non sono presenti i testi più iconici della raccolta, forse un tentativo di superamento del dolore.

Il volume si chiude con Rossella Tempesta (1968), voce prolifica, popolare e meridionale. La sua è una poesia estrovertita, geografica, fatta di luoghi cari e sentimenti primari. Anche il suo percorso editoriale, come quello di Laura Pugno, inizia relativamente tardi, a 31 anni, ed anche il suo diviene poi molto prolifico, sia come autrice che come divulgatrice. E’ insomma una voce pienamente inserita in un tentativo di mestiere, attenta al gusto popolare ed alla necessità di avere un pubblico. I testi sono in gran parte diaristici e colloquiali ma misurati, un bel canto privo di particolare spessore letterario. Quel che predomina è una solarità di approccio alla vita, un aderire mimetico agli eventi minimi ed il tentativo di farne una narrazione coerente a filo temporale. L’inserimento in questa antologia si giustifica probabilmente come contrappunto al dolore manifestato da tante altre voci, una sorta di riequilibrio emozionale del volume e comunque un più ampio spettro di modi nel guardare e prendere le cose.

Concludendo, mi permetto di fare i nomi delle dodici poetesse che avrei selezionato io, fossi stato al posto di Giovanna Rosadini. In rigoroso ordine alfabetico, sarebbero state: Nadia Agustoni, Cristina Annino, Maria Grazia Calandrone, Giovanna Frene, Florinda Fusco, Francesca Genti, Franca Mancinelli, Marina Pizzi, Laura Pugno, Claudia Ruggeri, Francesca Serragnoli, Teresa Zuccaro. Solo quattro autrici, dunque, comuni a questo volume. Fondamentalmente, avrei spostato l’attenzione (qui monotematica o quasi) dall’amore e dai rapporti personali / familiari verso una più ampia gamma di relazioni, nonché diverse tonalità di voce e di retroterra culturale. Avrei privilegiato connotazione specifica, originalità e resa estetica / armonica a scapito della “sorellanza” resistente che tiene assieme le scelte di Rosadini.

 

Autore: Giuseppe Cornacchia, 2014, diritti riservati

Migranti 2015

[Ho scritto poesie fra i venti ed i trent’anni. Alla soglia dei quaranta, ho avuto un inatteso ritorno di voce, che si è chiuso con queste. Giuseppe Cornacchia, 2015, diritti riservati.]

 

MIGRANTI

Nel coma non ho visto nulla
accade ciò che si vuole che accada.
Dentro il nero sei solo
e tutto si ferma, né vivo
né visto da fuori che vivi.
Proviamo al contrario: io tu famiglia
villaggio città provincia regione
nazione continente pianeta sistema
galassia galassie clusterizzate
settore ramo di convoluzione.
La luce non regge più il tono.
Sono morto di nuovo.

*

D’un tratto hai quarant’anni.
Si vede già quel che eri tu ieri
ripetere la scia.
Il passato è passato.
Hai da scrivere questa
poesia e fissare il momento
ma poi squilla il telefono
e la vita in cui sei finito
ti dice di tornare sulla via.

*

Se sono arrivato fin qui spinto dal limite
e quindi perduto alla vista comune
troppo presto, adesso è impossibile
tanto il bagaglio accumulato di frizioni.
Dall’occhio astigmatico che male si accoppia
all’altro che è miope, a quello
severo ingiustamente calibrato
che ha vinto su di me sommerso nella pece.

*

E poi di colpo il gelo
quando anche la pece solidifica
e tutte le persone che lasciasti
sono morte, tu affoghi nel rimpianto
ma non affoghi, è questo lo zero
della vita, tutto è fermo ma grida.

*

Di nuovo fuori, di nuovo per acqua
il grido qualcosa ha smosso
e son tornato a sentire dolore
a forza, prima la testa e poi tutto il resto.
Non credo d’aver fatto da solo, non credo
qualcuno ha donato il sangue al mio corpo
per un ruolo che non ho mai vissuto.

*

Il suono della vita mascherato
e fa dire che non siamo agiti
sotto la pelle. Ci sono le ossa
tutto intorno all’acqua, l’impulso
numero dei nostri pensieri combinati
la sintesi di tutto ciò che siamo.
I corpi fanno campo nella relazione
e quel che tu leggi, quel che io leggo
sono diverse espressioni dei modi
tra le quattro forze della fisica pura.

*

Di nuovo a casa. Dove picchia il sole
le forze naturali della vita
semplificano quel che sono
i bisticci per motivi economici
o forse l’altrettanto naturale spinta
al gesto che qui non trovo. Ripartirà
un altro simile a me, nei suoi occhi
la noia e la rassegnazione del dovere
la necessità del moto. Capisco.

*

La mia lunga assuefazione all’assenza
infine diventata assenza
ha poi reso indistinguibile il resto
la forma del corpo nel campo dato
altrettanto importante al tempo
da farsi in un istante causa esatta.

*

Omino del mare io ti riaffido
in nome delle stelle del mio cielo
la terra generatrice di mostri
gli stessi che porti sul cuore nero
delle pestilenze che già vivesti
da quando il toro bianco mi prese
esposta come mai al grande blu
promettendo un amore duraturo
battuto e fiero in ogni tempo nuovo.

 

Pubblicate su carta in Giuseppe Cornacchia, “Cinquanta Poesie”, Lampi di Stampa, 2015, ISBN 9788848817813

 

Cablogrammi 2009

[Estratti da otto anni di miei commenti nel blog letterario più trendy d’Italia, Nazione Indiana (2003-11), forse ancora utili al discorso. Giuseppe Cornacchia]

2 Gennaio 2009 – Si stava giusto discutendo col sodale Angelo Rendo del fallimento che a nostro avviso è diventato il web letterario italico 2008 e l’intervista a Giuseppe Genna ne riprende molti spunti su scala più grande, nazionale: termitaio, marginalità, empatia rotta, ironia, scomparsa del tragico. Da un punto di vista modellistico, diremmo che ormai siamo un sistema ad emergenza zero: dall’insieme delle singole azioni e delle micro aggregazioni, non emerge nulla, non un senso comunitario, non una coscienza sociale; o forse, quello che pure emergerebbe, annega nella corrente del flusso epifenomenico, entropico e stolidamente caotico. Come se ne viene fuori? Non so: una guerra, un katechon, un lento afflosciamento di questa merda elastica nella quale siamo finiti come microcosmo e come nazione. Quasi tutte le grandi narrazioni sociali, da quelle religiose a quelle politiche, sono basate su un viaggio di emancipazione rispetto allo stato iniziale brado. Ma qui il viaggio s’è interrotto, la celia ha sostituito il bisogno. Nel mio lavoro, poesia compresa, comportamenti emergenti sono ancora osservabili per mezzo di rjeti neurali, automi cellulari ed algoritmi genetici; ma questi non hanno ferite, sono begli oggetti razionali del tutto a-politici, ai quali puoi dire di estinguersi se non portano da nessuna parte. Invece lo zombie umano è condannato alla non vita in pubblico (come scrittore e come cittadino), finché gli crolla il privato in testa o finché l’iterazione al gesto ironico termina per estenuazione.

4 Gennaio 2009 – Su questa sono con l’Alligatore. Come accennato nel topic sopra, secondo una prospettiva “emergente” lo spirito non sussiste, trattandosi semplicemente di manifestazione complessa generata da moltitudine di componenti semplici non direttamente interagenti. Come vedere una mano superiore nelle belle forme di uno stormo di uccelli, insomma. O come pensare che la coscienza sia qualcosa di più che una “emergenza” della moltitudine neuronale. Tutto da dimostrare. Il che significa: può essere ma non possiamo ancora dirlo, né tantomeno accalorarci in proposito. Quello che dopo anni e anni di letture e discussioni su questi argomenti viene a nausea, è che la storia delle idee viene ancora considerata in un’ottica “narrativa” (e dunque al fondo mistica) invece che “scientifica”, motivo per cui le sciocchezze sesquipedali ipotizzate in passato, mano mano superate dall’avanzare del metodo e degli strumenti teorico-dimostrativi di scienza, vengono ancora prese a modello ontologico ed epistemologico. Si tratta di favole. Anzi, di fabule. Se abolissimo tutto ciò che è stato detto e scritto prima del 1900, almeno dal punto di vista fondativo -tenendo invece le lezioni morali e di esperienza sociale- non perderemmo nulla. Guadagneremmo in chiarezza, sia di obiettivo che di giudizio, facendo volentieri a meno di tanti pastrocchi fideistici, ideologici e in ogni caso falsificatori della realtà misurata (su quella ancora misurabile, avremo opinioni differenti in attesa di una qualche prova).

15 Febbraio 2009 – Questo articolato pezzo di Lorenzo Galbiati va nella stessa direzione di quelli più de panza di Franco Buffoni e sostanzialmente cerca di creare anticorpi all’islamizzazione del nostro cattolicesimo, che davvero minaccia di rendere insostenibile la vita civile italiana. L’attacco ai diritti acquisiti (aborto, paradigma darwiniano, diritti fondamentali di libera parola e di libero esercizio della propria particolare identità anche in pubblico) è politicamente inaccettabile, ma con le sinistre assenti e con i radicali annacquati e invecchiati, sembra avere gioco facile. Più che dell’ oscurantismo culturale, io sono preoccupato per l’indurimento dottrinale che -unito al populismo delle destre a la Gasparri (per citare un esempio di italiano medio al potere)rischia di portarci ad un farlocco esperimento di teocrazia fascistoide senza esercito, con il popolo sovrano in perenne ronda contro ogni diversità. È anche preoccupante che in posti come Nazione Indiana, di fronte a problemi di non facile approccio come pure questo del dualismo scienza applicata / antropologia sociale, si finisca troppo spesso al bianco / nero, il che restringe ulteriormente lo spazio per le tante sfumature che hanno portato a legiferare in modo sopportabile in passato (ma qui parlo da radicale, quindi è la mia opinione). Perché di leggi c’è bisogno, a regolare la civiltà in ambiti finora lasciati alla penombra della coscienza individuale (buoni ultimi i casi Welby, Coscioni e adesso Englaro). Ma è un po’ tutto l’armamentario della politica civile e apartitica aggregazioni culturali, movimenti di pressione, fino alla promozione di referendum abrogativi- che soffre per questo indurimento dottrinale. È anche il senso della negoziazione che sta venendo meno, liddove la pubblica ronda si fa braccio della farlocca teocrazia fascistoide alla quale ci avviamo. Per questo, ritrovare in colonnino definizioni dure di scientismo contrapposte alle beatitudini della Rivelazione fideista, mi lascia perplesso. E lo fa per vari motivi, non ultimo il senso di identità individuale che ne viene immancabilmente leso, come se essere scientista e darwiniano fosse in contrapposizione all’ammettere probabilisticamente che il nostro adattamento di specie alla quadridimensione tagli fuori molto, moltissimo di inconosciuto e di inconoscibile (tranne che alla scienza, come nei recentissimi dibattiti ed esperimenti calcolativi sulla presenza della materia oscura).

20 Febbraio 2009 – A scanso di equivoci, nella fiera del dileggio e del coquettismo: il memorandum New Italian Epic è un testo interessante che sta man mano assumendo forma meno romboidale, da 1.0 a 2.0 fino a 3.0 buon ultimo, che spero di leggere presto: mi pare sia ora più equilibrato rispetto al realismo italiano, che resta per me l’ipotesi ombra alla base del tutto. Se lo si depura dalle istanze comunarde e dai botti da sagra della salsiccia, questo memorandum NIE è un apprezzabile tentativo; che venga adesso conteso fra giovani accademici e scaffalistiche strapaesane, è parte del personaggio pubblico Wu Ming che mi ha sempre divertito, ma che aggiunge poco e niente al succo del discorso. Dileggiare Rondolino è facile, ma non è questo il punto. Il punto è (o forse era) la dimenticanza di una tradizione tutta italiana di romanzi, oggetti narrativi e quant’altro scatolame che risale almeno a Manzoni – Verga – Svevo & Vittorini – Alvaro – Moravia – Calvino, con nel mezzo scapigliati, futuristi e neorealisti. La critica principale che tanti muovono è che i nuovi bastioni 1993-2008, confrontati agli illustri predecessori, valgano letterariamente poco. Ci sta che fra dieci anni questo NIE sarà ricordato come altri aggregati simili negli intenti (fra gli ultimi: gruppo ‘63, parola innamorata, cannibali), cioè come un punto di vista che ha creato una singolarità nel discorso letterario. Sarà da vedere se tale singolarità, al netto del volar di piume, lascerà testi memorabili, che è poi ciò che interessa i lettori. Il Pagliarani dal gruppo ‘63 è stato un grande esito, per dirne uno… altri non ne ricordo.

5 Marzo 2009 – Mi fa sorridere la richiesta di agganciare la poesia alla giostra New Italian Epic. Mi fa sorridere, perché –a parte l’infondatezza ontologica del NIE stesso- chiunque sia dentro i discorsi e le bagattelle poetici non sente il bisogno di un altro abitino da metterle addosso. Anche perché credo che nessuno abbia un’esperienza e una apertura tali di letture di poesia contemporanea di poter arguire a tutto campo con la baldanza piluccatrice e donizettiana di un Roberto Bui. Il massimo della rappresentazione recente contestualizzata, molto molto parziale, è stato fatto in Parola Plurale, edita da Sossella qualche anno fa e subito finita fuori mercato. Si presume che mettendo assieme le Parola Plurale dei diversi orientamenti poetici degli ultimi vent’anni (Cucchi Giovanardi, il notevole “Dopo la Lirica” di Testa, Bertoni) e alcune revisioni fiancheggiatrici tipo quella di Galaverni, ci si possa formare un quadro dignitoso delle tendenze in atto nell’editoria maggiore o comunque riconosciuta a livello nazionale. Il problema fondamentale della poesia è che ha del tutto smarrito il ruolo di porto riflessivo ed espressivo (anche politicamente) che le spettava fino a vent’anni fa. E che l’emersione di fenomeni e narratologie pop, fra cui buon ultimo il NIE, è proprio un effetto dell’ allentamento sociale di tutto ciò che connotava la parola fra le classi intellettuali del Paese, connotazione uccisa dai media e dal culturame di gender (dal cinema ai fumetti, dalla musica alla tv, dalla “comunicazione” alla “populizzazione”) affermatisi dal basso, senza necessità di studio, senza necessità di orecchio, senza necessità di talento, ma come semplice sputacchio delle emozzzioni prima e dello scaracchio umorale del momento adesso.

18 Marzo 2009 – Con un testo di questo genere, siamo alle solite: poesia – non poesia, poetese – canzonettese, prosa lineare – prosa spezzata, ma fondamentalmente siamo ancora al giovane – adulto. Un adulto che si fa poeta non può non tenere in conto, seriamente, la tradizione letteraria da cui proviene. E ci sono vari modelli (non solo il poetichese liricizzante) che tengono comunque il verso nei limiti di un verso (una strofa nei limiti di una strofa, un poemetto nei limiti di un poemetto) e di ciò che un verso è stato storicamente, senza per questo rinunciare al brivido del nuovo che oggi è il pop, assieme alla pretesa di buttare a mare l’autorità costituita (alla Aldo Nove?). Ogni giudizio negativo viene oggi rimosso con un “è solo la tua opinione, io mi tengo la mia”, eliminando la trasmissione generazionale delle radici comunitarie; se questo dipenda da un eccesso di autostima o da un grande senso di spaesamento e sperdizione, ognuno valuti in base al proprio interiore. Certo che toni, atmosfere ed istanze come quelle di questo testo, sono ancora rappresentate al meglio da Giovanni Giudici, Elio Pagliarani e Giovanni Raboni (invece che da Elio e le Storie Tese).

26 Marzo 2009 – È invece interessante come il sesso scateni ancora pezzi, scritture e commenti tutti molto tecnici, tecnicali, informati come questi, su uno dei siti letterari guida in Italia. Magari intendere il sesso come sex, entrare nell’ordine delle idee del sex come qualcosa di overrated, lasciare che donne, uomini e genders facciano ginnastica senza caricarlo di significati culturali? Perché, dico, da un lato il machismo sa oggi di viagra e dall’altro l’intimismo sa di taboo e inibizioni. Da tutta questa girandola di parole e pruriti, vengono alla mente il supermercato youporn e il nipote grande, grosso e frescone della Sora Lella in uno dei primi film di Verdone.

26 Marzo 2009 – Boh, che questo escamotage di natura per i fini riproduttivi di specie sia ancora, nel 2009 (con tutte le sublimazioni dell’istinto di sopravvivenza attuale: culturali, tecnologiche, sociali) il principale passatempo e un argomento portante di arte, di vita pubblica e privata, rende l’idea di come la specie umana sia ancora molto giovane, in un ipotetico cammino di evoluzione che ha radici più profonde e lontane delle calligrafie orientali e degli sbalzi d’Occidente. È un dispiacere, per me, sognante e tecnicale esploratore degli spazi di materia e di quelli siderali, più che mucosali, non vivere nel 12009, dovermi ancora rapportare a fantasmatiche evaporate dall’età del bronzo o nei vaudeville d’oltralpe e oltreoceano. Capisco comunque di essere in netta minoranza e dunque, come mi sono permesso di esprimere perplessità (da un punto di vista utile alla specie, se non ne azzannate per il pragmatismo), mi ritiro di buon grado, riaccosto il paravento e torno a rimirar le stelle.

13 Maggio 2009 – Boh, a me sembra più che altro una coazione a dar contro lo sfigato, sia questo un migrante, un precario, una minoranza, un malato, un anziano o una categoria protetta. In Italia, insomma, come altrove in Occidente, sfigati non ne vogliamo più, soprattutto perché non possiamo permetterceli economicamente: troppe risorse da destinare loro e non ci sono soldi per nanny states, non ci sono realmente mai stati e se c’erano, erano finti. Chi non è capace di badare a se stesso, s’ arrangi o al limite crepi. A me pare molto naturale, vita allo stato brado: le mediazioni culturali, di civiltà e di convivenza vanno sempre a quarantotto nelle migliori famiglie, basta toccare gli stili di vita consolidati, che non sono necessariamente gli estremi del riccastro. Chi chiagne s’arrangi, alzi il culo, combatta, ma non s’aspetti più pappe pronte.

22 Maggio 2009 – È una discussione interessante, perché porta alla luce aspettative e riscontri di un sito come Nazione Indiana che fino a qualche anno fa era chiaramente espressione di una elite anche estetica, mentre ora viene visto come un approdo sequenziale: Centofanti, Marotta, Cerrai, poi posso aspirare a NI. Anche anonimo, in quanto si legge di un commentario in contatto con uno o più redattori, che prende la parola ad oliare l’eventuale futura pubblicazione. È anche interessante il dispetto che consegue alla bacchettata normativa dei gestori più intransigenti, perché evidenzia come la distanza -reale o percepita- fra professionisti delle lettere e dilettanti si sia mano mano accorciata. Inoltre, la sociologia del commento recente: outsider, provinciale, espressione di una minoranza di genere prima che culturale (il meridionale in cerca di voce, la donna mobile, l’inedito frustrato, il critico dilettante). Dal mio punto di vista di una quindicina di anni in rete, dalle mailing list solo testo alle fanzine, dalle riviste online ai portali, infine ai blog e ora al web 2.0, il minestrone è interessante; soprattutto perché il fondamento della letteratura mi pare ancora, nonostante le ondate polemiche che si ripetono sempre uguali a loro stesse, estetico, e per fortuna la possanza estetica non è data per lignaggio, né per risentimento, né per norma. Per chi ha piacere nel leggere, anche una deriva da parruccheria come questa recente, anche qui su NI, è interessante.

23 Maggio 2009 – EffeEffe, ultima nota: la tua carta -Carmilla, Il Primo Amore, Nazione Indiana propone istanze, idee, migliorismi che oramai sono diventati extraparlamentari, ma che dal punto di vista economico / editoriale hanno spesso il papi capitalistico, disinnescato con varie capriole. Questo è un primo attrito di prassi che altri luoghi (come i qui citati Marotta, Cerrai e Poesia & Spirito) non hanno, questo compromesso tra le alte idee e la bassa pratica che, agli occhi di chi non è affine al ragionamento, è troppo grosso da digerire. Tantopiù che lo stato di salute della comunità editorial / bibliofila / leggente non è ai massimi di gaiezza, di suo. L’incrudimento recente è allora percepito come un inasprimento politico, di condizioni materiali, di lotta, come usa a dire in queste sedi. E giocoforza allontana una fetta di lettori o li rende più rumorosi. Diventa paradossale avere un esercito politico, mediatico, del tutto omogeneo, contrastato da un esercitino di pensiero ed editoriale altrettanto omogeneo (il famoso noi e voi): stereotipante, stessa moneta, stesse prassi cooptative, stessi epiteti all’avversario. Il testo letterario diventa un mezzo. E comunque, di tutto questo, se ne è parlato anche troppo. Alla fine si raggiungono degli equilibri e poi si agisce di conseguenza. Fine.

16 Giugno 2009 – C’è un equivoco di fondo, in tutto il discorso: che cioè il Sistema & Napoli siano metafora del mondo occidentale. Questa è la tesi del libro di Saviano che ha di fatto sfondato i generi e il limite letterario. Ora, in ottica più larga della napolitudine, della sud-itudine e del perenne lamento ormai fattosi maschera, credo che di Napoli, nell’Europa di cui facciamo parte, importi poco o nulla, tentacoli malavitosi a parte. Per cui, si ignori, si mandi l’esercito o scoppi il Vesuvio, è come succedesse in Ucraina, a Dacca o a Singapore: due giorni di sciacallaggio mediatico e poi via, un’altra storia da cercare. Non capisco perché non si pubblichino articoli sullo smog di Belluno, sugli stambecchi estinti ad Aosta o, ancora, sulle derive neofasciste di Verona e sulle alghe rosse ad Alghero. Questo volerci rappresentare a livello narrativo con la triade Roma-Napoli-Palermo, insistendo su cliche ormai secolari, col perenne ricorso al sensazionalismo da sventura (come Sorrentino nel primo post sull’aereo francese caduto), ha davvero davvero stancato. E se Saviano diventa paladino di una popolazione, buon per il movimento che se ne crea, ma il problema sostanziale richiede incisioni più nette, che da secoli questo Stato non ha voglia di fare. Così come, se Saviano diventa la punta di una letteratura di denuncia nel mondo, in seguito all’eccezionalità delle conseguenze del suo libro, buon per lui (?): lo accosteremo ai Rushdie, ai Solzenycin, a chi vi pare… ma basta coi santini, per cortesia. Non ci sono lager al di sotto del Trasimeno, chi non è contento se ne va, chi rimane fa quel che può, vive sotto scorta, riceve minacce senza crismi papali o narrative reliquiarie quotidiane.

17 Giugno 2009 – Un altro giorno, un altro pianto. Ma vi capisco: col mio cognome, ad occuparmi di emergenze industriali e piani di evacuazione, ero nello stesso filone di ingegner delle sventure… proficuo… c’è sempre qualcosa che va storto, da qualche parte, basta specializzarsi. Anche perché, se qualcosa va storto da una parte, qualcos’altro andrà storto nella stessa parte, un altro giorno. Ed ecco una nuova commissione per lo stesso scenario, gli articoli di legge sempre disattesi e le solite procedure di buon comportamento emergenziale: defluire ordinatamente, stare uniti, non farsi prendere dal panico. In questo caso, la compagna dello sfortunato non rispetta una regola essenziale: mettersi al sicuro. Avrebbe potuto rimanere accanto al compagno, certo, ma al riparo del tornello, accucciata. Ma quel che volevo dire, da esperto del settore ben cognominato, è che i modelli di simulazione del comportamento umano che vengono usati in questo caso, da noi pianificatori delle emergenze, sono piuttosto semplici: si considerano i panicanti come insetti e li si lascia scorrere nel flusso evacuatorio come variabili random ad obiettivo uscita, una qualsiasi. Variabili abbastanza spaccamaroni per chi invece si comporta con raziocinio, devo dire.

18 Giugno 2009 – Tanto s’è scritto, ma sono in debito di una risposta (Santangelo, Janeczek… Biondillo?): questa insistenza su tematiche meridionali ormai secolarizzate, è casuale e conseguente all’estrazione dei collaboratori / lettori, oppure è un punto – sociale, politico, poetico- che ritenete importante? Se il notabilato intellettuale – commentatori di blog inclusi- da Roma in giù, ormai privo di qualsiasi capacità di influenza sulle cose e sulle narrative dominanti, viene ridotto alla descrizione impressionistica, accorata e moralista degli eventi, forse il problema non sono gli eventi. Anche perché tali eventi sono trascurabili, sia in ottica Paese che in ottica Europa: si tratta infatti di fenomeni di costume. L’agonizzante lasciato solo è una bella immagine sacra, ma pur sempre un’immagine del tutto casuale, sia per luogo (Napoli) che per tempo (l’ora d’aria per lo struscio). La ronda vigilante minacciata dagli ultimi nipotini di Starace era un evento di molto maggiori spessore e drammaticità, assai più meritevole di allarme. Who cares?

18 Giugno 2009 – Inglese, grazie per la risposta, che si aggiunge ai successivi commenti. Mi pare di capire che riteniate importante la questione e che avere un Paese meno ndifferente e più solidale sia un obiettivo degno di sforzo. Non so… a me pare molto pedagogico il voler arbitrare come la gente (gli altri) debbano comportarsi in talune circostanze, quasi che un obbligo morale e migliorista effettivamente migliorerebbe anche la coscienza civica di questo Paese (o almeno la sua percezione). Io non lo credo. A me interessa, piuttosto, che i diritti codificati in legge siano mantenuti ed osservati: non c’è alcun codice che obbliga la gente a fermarsi invece che a scappare, né questo fa di loro delle merde rispetto ai compassionevoli samaritani. C’è invece il reato di omissione di soccorso e il giudizio è dovuto nelle sedi dovute. Ma, a livello di pour parler, c’è anche un continuo sovrapporsi di modelli cristiani, poi cattolici, quindi progressisti, infine socialgiusnaturalisti portati a giustificazione di uno sdegno che ha altre origini (la fine del sogno consociativo degli anni ‘70, forse?) e che è stato sconfitto pesantemente nelle tre ultime consultazioni elettorali. Insomma, è tutto molto confuso, non si capisce in cosa un atteggiamento solidale dei singoli migliorerebbe le cose… non si capisce, anche perché i toni usati da voi (Sorrentino, Inglese, molti commentatori) sono già al di là di ogni ragionevole volontà di discutere, sono un sordo e rancoroso moto di fastidio che cerca conferma nella feccia del quotidiano, negli esempi peggiori che la vita, non da oggi e in ogni posto, da sempre offre. E generalizzare un esempio di triste indifferenza a fronte di centinaia, migliaia di casi di effettiva solidarietà, dei quali si parla poco perché forse non funzionali al rancore, è del tutto inutile e fuori bersaglio. Probabilmente dipenderà dalle esperienze individuali, dagli esempi personali, dallo strato sociale di riferimento e degli individui che si conoscono? Perché allora non menzionare la parrocchia che organizza i pasti ai senzatetto, italiani e non? Perché non menzionare le associazioni culturali di ispirazione solidale che fanno lavoro sulle fasce deboli? Perché non menzionare i militanti di partiti e movimenti che operano nelle aree del disagio (da Radicale ne potrei dire abbastanza)? Questa deriva nel pessimismo insormontabile, pur essendo consapevole del non gaio stato di salute dell’Occidente europeo (ma nemmeno è moribondo e marcio come dite, anzi…), è un moto di resa, un’istanza abbastanza narcisistica, giansenista, invasata, a fronte di condizioni di vita stabili e sicure da almeno un cinquantennio a questa parte.

19 Giugno 2009 – La ringrazio per la risposta, certamente esaustiva. C’è un richiamo forte alla Carta Costituzionale e ai suoi valori fondativi, morali e non solo giuridici. È sicuramente un modello dignitoso, valoroso, che ha unito il Paese per alcuni decenni. Ho i miei dubbi (e li hanno in tanti più influenti di me) che tale modello reggerà gli urti e le istanze recenti, emerse soprattutto al Nord, senza che tali urti e istanze appaiano a me (e a molti cittadini ed elettori) un disvalore. Esprimono infatti una mutata esigenza di contratto civile, non necessariamente regressivo. Un certo idealismo, proprio di una cultura in via di scomparsa (sia generazionale che come memoria storica), non è necessariamente migliore di un approccio più pragmatico alla realtà dell’Italia di oggi: crocevia delle rotte migranti il Mediterraneo, membro dell’Unione Europea, ad economia prettamente familiare incapace di sostenere le sfide globali. Quello che qui chiamate razzismo, indifferenza, spregio del proprio simile come oggi si manifesta, è da alcuni ritenuto un effetto del brusco impoverimento dell’ultimo ventennio, una perdita di tenore di vita (e attese, dopo l’ultima abbuffata degli anni 80) che ha rimesso in discussione il modello su cui era basata la Carta del ‘48. Non ci sono altri sostanziali motivi. Nel video c’è povera gente: gente povera che scappa, gente povera che spara, gente povera che muore. Una larga parte di chi scrive e legge questo spazio è altrettanto povera (altrimenti non scriverebbe/leggerebbe, direi). Cosa e-rode? L’incertezza del proprio futuro, prima di tutto, a fronte di modelli consumisti “impossibili”. Questo vale al Nord e al Sud, ma il Nord ha trovato una espressione del disagio in forme politiche legali: prima la Lega, poi Berlusconi. Il Sud, questa espressione legale, non mi pare l’abbia ancora trovata: sta al lamento, alla lamentazione, al paralegale, al marcatamente illegale. Le evidenze sono, di conseguenza, estreme e i toni sempre molto alti. Visti da fuori, isterici.

30 Giugno 2009 – Nuscis, come A.Fiori, G.Cerrai, G.Fabbri, G.Lucini e altri che operano nel web poetico senza l’assillo del demone della visibilità, è anzitutto un esempio di decenza. Quando divampa la polemica su poesia & dintorni, uno dei sottesi è che non si capisce come questa classe di persone (artisti del cui valore si può discutere) non goda del rispetto -anche editoriale- che tale decenza dovrebbe indurre in una società civile. Manca, per essere più chiaro, un progetto che coaguli tutta una fascia matura di appassionati di livello, non professionisti, come li ha l’opera lirica e come li ha anche il teatro. Ho l’impressione che il non professionismo delle lettere, anche quando di livello e maturo, sia visto oggi come una diminutio invece che una risorsa.

26 Luglio 2009 – Ho vissuto a S.Donato qualche mese, nel 2006, ma ero sempre a Milano. Proposte di lavoro nei paeselli dell’hinterland (da tester di ascensori a implementatore di sistemi per acque reflue, da disegnatore meccanico per molle e bulloni a sistemista di macchinari), tanta pioggiona, la bellissima Metanopoli, la metro gialla che era una chiccheria gli incontri pubblici di poesia con le signore cappellino & ventaglio. Il packaging sembrava in evidente disfacimento: tanti poveri per strada, SUV, zone buie, cantieri interrotti, molto casino la sera e il coprifuoco di notte (salvo nelle zone deputate). Mi sembrò una città abbandonata a se stessa, vialoni di scorrimento e le 3-4 arterie della zona Stazione – Duomo.

29 Luglio 2009 – Cercherei di evitare termini quali imbarbarimento e letamaio, visto che disponiamo di analisi più sofisticate; considererei ad esempio che lo spazio mitopoietico nel quale inserire la Letteratura Pura (diciamo quello dei grandi personaggi & delle grandi storie fondanti una comunità) è oggi e in Occidente appannaggio di altre forme d’arte: cinema su tutte. Film recentissimi come “There will be blood” o “Schindler’s List”, tra tanti altri, sono gli equivalenti moderni del teatro greco, della narrazione in versi e poi eroicomica del Trecento / Quattrocento italiano e così via. Come già nell’altro post sull’università, mi pare che la difesa di elettività antiquate (la purezza del quattrocentista, l’analisi sociale dell’impatto del mercato sul modello culturale gentilesco-crociano) impedisca di vedere che ciò che apparve fondante è oggi stagnante, in via di estinzione. E che dunque di tutta una serie di saperi si farà tranquillamente a meno, senza che per effetto di tale archiviazione si perda la massa mitopoietica condivisa dal genere umano.

5 Agosto 2009 – Non si può giocare con le vite degli uomini, né giudicare, e se di letteratura vuoi vivere, la pubblicazione in major si crede sarebbe un bel passo, almeno di status. È una illusione (sostanzialmente perché la medaglia non fa il medagliato), ma capisco che per chi fa il mestiere, sia una illusione allettante. Però la serietà rimane, senza per questo essere duri e puri. Serietà vuole che se buona parte della tua piccola fama è dovuta ai mezzi di qualcuno che dici a mari e monti di combattere aspramente, sei almeno in contraddizione. La chiamata a correo del tutti colpevoli, tengo famiglia, è ridicola come la pretesa di giudicare, ma assolutamente legittima è la pretesa di giudicare se stessi. Ci sono vari livelli di trasparenza, ognuno decide il proprio; nel momento in cui assumi voce e postura pubbliche, il tuo livello di trasparenza parla a voce alta, speaks volumes and haunts you. Ora, in questo giochino di società che è lo stare a galla, allo stesso modo in cui si sceglie l’illusione, si può anche scegliere lo stare con le orecchie aperte. E se sei abituato ai concerti per violini e orchestra di Mozart, gli strilletti dei Dulcamara appaiono quello che sono: rumore.

8 Settembre 2009 – Alessandro Morgillo, sei simpatico e vivi all’estero ma, per cortesia: assumi con esagerata certezza che l’Italia sia un paesino alla “Cristo si è fermato ad Eboli”. È questa sì una deformazione, grottesca, del tutto personale. Non abbiamo una borghesia illuminata e neppure un’aristocrazia tardoimperiale all’inglese, ma -al di là della facciata pubblica davvero ipocrita- il Paese è molto più secolarizzato di quanto tu creda, sia dal punto di vista dei costumi civili che di quelli morali. Un qualunque contatto con le esperienze associative del fu Partito Radicale, oggi Partito Radicale Transnazionale, Non Violento ecc. ecc. potrebbe ribaltare la tua prospettiva nel senso di un eccesso di libertà individuale, non guidata e non incanalata da alcuna ideologia, che trova rifugio in mondi alternativi alla narrativa passatista (chiamiamoli così), mondi dai quali è molto difficile venire fuori una volta che ci si autoghettizza al loro interno. Robe del tipo del codacons, i sindacati, numerose associazioni culturali, le parrocchiette di periferia, sono micromondi paranoidi senza storia e senza ideologico, che tentano di ricreare dal basso di comunità casualmente aggregate una parvenza di ordine generale. Le politiche governative italiane seguite alla polverizzazione sanguinosa degli anni 70, sono a loro volta espressioni di microghetti locali: dagli azzeccagarbugli democristiani al rampantismo bullo di Craxi, fino alla Lega e all’ultimo “Ghedini o Ghedoni” del coatto in doppiopetto. Cosa ci sia di grottesco, arcaico e postmoderno, non riesco a capire… a me pare la dissoluzione del collante nazionale, venute meno le emergenze dei tempi di guerra e ciò che ne è seguito. E, parere personale, tale dissoluzione non mi dispiace: un’Italia divisa in tre, col Sud in mano alla malavita, un grosso stato centrale della Chiesa e infine il Nord produttivo aggregato alla Germania, è lo sbocco in grande dei micro-ghetti detti prima, questo sì un ritorno al passato, ai tempi precedenti l’unificazione.

2 Ottobre 2009 – Pur capendo perfettamente la rilevanza storica e culturale della Sicilia nel contesto nazionale, non capisco l’enfasi su autori e prodotti di rilevanza -questa voltapuramente regionale, come Tornatore. Non capisco nemmeno perché, a questo punto, non si parli con altrettanta enfasi di un’epica molisana, di una lotta valdostana, del melange umbro; materiale che invece giunge all’attenzione nazionale solo in casi di cronaca nera. E poi il consueto refrain di identità lesa, vilipesa, autoassolutoria proprio di ogni spirito regionale che non cerca nemmeno di avere respiro più ampio. Con le questioni politiche del dialetto / lingua, dello “statuto speciale” e dei vanagloriosi propositi di autonomia completa o di contributo “di sangue” (non avendo altro) alla comunità nazionale. Penso invece alla vivacità culturale, sociale e addirittura imprenditoriale della Basilicata. È scomparsa di recente la notevole poetessa in vernacolo Assunta Finiguerra, ma siamo qui a bearci tritamente di Sicilia, sicilitudine e sicilianeria (e di Calabria, e di Campania, e prima ancora di Milano… cento città e cento gonfaloni, ma nessun discorso di sintesi). Non so… almeno partissimo da Ciprì e Maresco, che pur godendo di un’attenzione minore ma non meno chic di quella dedicata a Tornatore, hanno il merito di scartavetrare l’immagine da cartolina tanto cara al folklore locale. Voglio dire: la recensione e i commenti stanno sull’onda di un populismo nostalgico che è espressione edulcorata dell’ immaginario del tanto odiato sultano dominante da trent’anni. Dove sta l’alternativa? Dove il modello culturale interrogante che dovrebbe opporglisi?

15 Ottobre 2009 – Credo che l’intervento di Broggi del 13 Ottobre chiarisca il punto fondativo di questi testi, anche dal solo punto di vista linguistico. Eco chiamerebbe “spazio della scelta” ogni gruppo di combinazioni concesse ad una sintassi; la semantica giunge in un secondo momento ad esprimere un giudizio (altri direbbero ad incarnare), quindi a creare un ordine; diversi ordini si ramificano poi in diverse tradizioni, secondo una prospettiva antropologica cara al partito D’Angelo – Borriello. Ma lo spossessamento dell’umano è una scelta culturalmente possibile, anch’essa una semantica, dalla prima rivoluzione industriale in avanti. Una semantica equipollente a quella suggerita dai detrattori, senza alcuna lesione dell’umano. Broggi infatti non lavora sulla sintassi, motivo per cui attira i distinguo di altre semantiche con storia più lunga alle spalle, che sentono di saperla più lunga solo in virtù di più lunga esistenza alle spalle. Dal mio punto di vista, per finire, il lavoro di Broggi appartiene ad un seme memorialistico con tonalità da necrologio, come si legge nelle apposite pagine dei quotidiani. Un diffusore italiano di poesia in questa tonalità è stato Valerio Magrelli. Ancora, D’Angelo cita Piemontese come realizzatore di cut-up vivi; quel genere di operazione appartiene ad un seme diverso, non memoralia bensì exempla, come nella letteratura votiva diffusa in Italia sin dal MedioEvo. Gli exempla hanno una storia e una finalità probabilmente esaurita -dal punto di vista delle idee- con la prima rivoluzione industriale, l’inurbamento ecc ecc. Che il web 2.0 consenta anche a chi si collega da bolle temporali esaurite e passate artisticamente in giudicato di far valere le proprie ragioni, come se fossero una novità, è una causa della grande confusione in atto anche a queste latitudini.

Autore: Giuseppe Cornacchia, 2009, inediti su carta

Cablogrammi 2007-2008

[Estratti da otto anni di miei commenti nel blog letterario più trendy d’Italia, Nazione Indiana (2003-11), forse ancora utili al discorso. Giuseppe Cornacchia]

19 Aprile 2007 – Non mi pare che Tashtego abbia le idee chiare su matematica e dintorni: la matematica è di per sé un’astrazione indimostrabile, che viene accettata sulla base di assiomi fondativi. Una piccola parte della matematica ben si adatta a descrivere processi fisici, ma molta e la massima parte è fine a se stessa. Dal punto di vista filosofico, il contributo tuttoggi più discusso l’ha fornito una quarantina di anni fa Paul Benacerraf in due articoli famosissimi, peraltro molto divertenti. Il discorso riduzionista, come lo chiama tash, funziona assumendo geometria euclidea e rapporti di stimolo-risposta lineari; qualcosa che andava bene a stento già nel ‘600. Una semplice geometria non euclidea, come postulata nei primi dell’800, amplia di parecchio la visuale, rendendo non dimostrabile sperimentalmente ciò che spiega ma raggiungendo clamorose precisioni empiriche in astrofisica e nanofisica, ben prima del boom novecentesco. Voglio dire: i limiti individuali (molto grossi, del discorso di Tashtego) non sono i limiti collettivi (del discorso scientifico attuale). Mi fa un po’ ridere che in molti post il Tash sia preso a paladino del discorso scientifico e lo dico senza alcuna intenzione denigratoria nei suoi confronti, solo per sottolineare come l’estrema banalizzazione di molti concetti rende giocoforza insostenibili posizioni che non avrebbero nulla di scandaloso.

11 Novembre 2007 – Non è un mistero che in regime di libertà i primi a muoversi siano delinquenti e poveracci, spesso assieme, giacché i primi proteggono in qualche modo i secondi. La nostra storia è uguale, con migrazioni verso l’estero e da sud a nord. Il problema che maggiormente mi colpisce è l’assoluta latitanza nell’Italia odierna dei principi di responsabilità individuale e di certezza della pena; da cosa derivi questa mancanza (scarso senso civico, scarso sentimento nazionale, rapporti sociali verticalizzati e parassitari), non ho più voglia di chiedermelo: sono emigrato anch’io e conosco quanto possa sapere di sale lo pane altrui.

17 Novembre 2007 – Mah, io lascerei fare, ogni realtà locale se la sbrighi da sé come meglio crede e riesce. Se emerge il lato-feccia italiano, così come se emerge quello integrativo, pazienza, quelli siamo localmente. Per dire, la Puglia è una macchia di leopardo, anche in provincia di Foggia (quella dei pomodori svelata dal giornalista dell’ Espresso l’estate scorsa) dipende dal paesino nel quale finisci. Non mi preoccuperei molto, a livello di Stato, dell’accoglienza: l’immigrato modello si muove solo con un contratto di lavoro in mano; chi non ce l’ha, non dovrebbe aver diritto di entrare e stabilirsi, il resto è una conseguenza. Ciò non significa libera ronda in libero Stato, ma che liddove l’ingresso non autorizzato crea un disequilibrio (vedi: lavavetri, ambulanti di merce contraffatta, ladruncoli, beggars in Foggia città, con Foggia città nelle ultime cinque a livello nazionale per reddito pro-capite e qualità della vita), chi entra si espone alla lotta per le briciole con i molti e molti neopoveri italiani. Chiamatelo razzismo, ma è solo guerra tra Miserabili.

11 Aprile 2008 – Credo sopravvalutiate il voto: se anche l’affluenza scendesse al 55%, come accade spesso altrove, non si scandalizzerebbe nessuno; se invece i votanti scendessero sotto il 50%, probabilmente il botto si sentirebbe e un minimo di nodi verrebbero al pettine. Ecco che dunque io consiglierei a tutti gli indecisi di non andare a votare. Il terzo stato (coloro i quali non sono rappresentati, coloro i quali non mangiano di politica e delle sue laute prebende, coloro i quali non vivono di malaffare o di eredità familiari o di privilegi corporativi) che va a votare è solo un utile idiota, altro che turarsi il naso col male minore.

24 Luglio 2008 – Voglio dire meglio. Ricollegandomi ad Andrea Ponso, approfittando cordialmente della presenza sua, della poetessa e di chi l’ha qui presentata. Se la lingua si è svuotata di forma (e la lingua informe è uno dei connotati di questo sito stesso, negli ultimi mesi, a parte Tashtego e qualcosa di EffeEffe), non è colpa o demerito dei parlanti; è che il peso specifico del segno è di molto diminuito, assieme alla responsabilità -anche sociale- che il segno comportava. A me pare soprattutto che si sia impoverito il vocabolario, quello che una volta si chiamava lessico. Il pop è l’ estensione formale dello scarno lessico condiviso dalla moltitudine dei comunicanti. In altri post su questo sito, viene chiamata a correo di questo impoverimento la scuola, più o meno assieme ad un generico sfascio etico / morale / sociale che minerebbe le fondamenta di qualsiasi discorso che non sia un palinsesto. Uno sfascio politico, per tornare a temi noti e riveriti. Non so… non direi che Genti e Fantuzzi sono i figli verso-parlanti di questi tempi impoveriti; così come non direi che tutto è cominciato ad andare a ramengo negli anni ‘80, mano mano disgregando tradizioni e storia condivisa; in poesia, come detto da altri altrove, il padre volontario e consapevole di questo sfascio sarebbe il tardo Montale. Direi invece che l’impoverimento nel lessico degli scriventi odierni è figlio di un impoverimento identitario individuale, o meglio: è figlio di una omologazione culturale, di una diminuzione di vitalità. Allora, per tornare ai testi di Genti e al discorso critico di Ponso, dovremmo forse capire quanto sia plausibile e auspicabile lo “scarto” significante oggi in letteratura e prima ancora in vita (qualcuno disse: non mi interessa la poesia scritta dagli impiegati); e quanto invece sarebbe auspicabile l’identificazione -restituzione del dato- nel proprio gruppo socioculturale di riferimento, che per la larga maggioranza dei circa trentenni odierni è quello di un precariato sociale più o meno arricchito di venature aurifere strettamente individuali e private: chi le amicizie, chi la carriera, chi l’amore. Preciso a scanso di equivoci, e qui chiudo, che la mia preferenza va a segni di scarto molto marcato, sia in vita che in scrittura. E che nell’insieme delle scritture che mi è comunque capitato di leggere negli ultimi quindici anni, quella che più mi convince in questo genere rappresentazionale al quale qui leghiamo Genti è: “Cani al guinzaglio nel ventre della balena”, di Simone Molinaroli, librino autostampato nel 1997 per la sua propria Ass Cult Press di Pistoia.

28 Ottobre 2008 – O Capponi, i dati li abbiamo, li possono leggere tutti. Poi ognuno interpreta come scienza e coscienza consigliano. Certo, la CIA se non si tratta di guerre, rivoluzioni o epidemie non alza il livello di problematicità di un paese, ma forse -pungolo del cittadino comune esterno in uno spazio letterario come questo- forse l’ italico ingigantisce i propri problemi. Ecco… l’ho detto. Amen.

1 Dicembre 2008 – Questi esperimenti sono sempre interessanti. Il punto fondamentale, naturalmente, sta nel grado di elaborazione (o nell’algoritmo, diremmo) della costruzione dei periodi. Se si tratta di una forma di controllo -o di un controllo sulla forma- a mio modesto avviso sarebbe più efficace delegare la costruzione ad un algoritmo e stop, come ad esempio nel generatore automatico di Roberto Uberti. In quel caso, la poesia non starebbe più nelle sequenze messe assieme dal calcolatore (che pure non sono banali, in un discorso di pura forma letteraria), ma nell’algoritmo stesso, il cuore del discorso sintattico come lo chiama Bortolotti. Assunto questo, si passa a lavorare sugli algoritmi e sulle varie codificazioni di linguaggio formale che da quelli scaturiscono. In questi pezzi, come in altri dello stesso tipo nei quali la mano umana è ancora presente, la possibilità insita nella teoria sottesa non viene mai sfruttata a pieno, vuoi per le oggettive limitazioni dell’umano scrivente (che lascia ancora troppo il suo calco), vuoi per un certo grado di autocompiacimento e di ordine (anche questi umani, dunque forme che ancora limitano gli esiti) che indirizzano la costruzione. Insomma, se paesaggi alieni viene da cercare, non può essere una mano umana, per quanto esperta e decalcata, a provvederli, anche perché gli effetti combinatori e le possibilità di accumulazione di un cervello umano sono meno “critici” di quelli generabili per mera potenza computazionale, istruita solo da una serie di regole sintattiche.

6 Dicembre 2008 – Cortellessa: io vedo solo gracili poeti. Tu vedi altrettanto gracili poeti ma, per utilità di lotta, li fai diventare ottimi poeti. Nel mio mondo, i gracili poeti vanno a lavorare e i poeti gracili muoiono di fame; ma nel tuo, diventano attacchini con la patente e, quando non più utili alla causa, finiranno nel gulag di un qualsiasi dimenticatoio. Tu sei perfettamente consapevole -per via del lavoro che fai- del fatto che esiste un *quid* particolare del letterario, il talento (o il genio) che esteticamente nanifica chi non ce l’ha, talento che è prima di tutto fiducia nella vita e nel suo flusso. Genio allevato con dedizione puramente letteraria, perché quella è un’altra forma di vita, una forma propria e a-politica. Forma che esercita sul popolo bue -per via di fascinazione- quello stesso influsso che tu –di forza, perché in un esercito di senza genio- pretendi di modellare per via di attivismo simil politico. Fascinazione che, al fondo, riesce addirittura a trasmettere il messaggio. Ma che te lo dico a fare… qui non si tratta nemmeno di cultura, quanto proprio di seme coscienziale e creaturale, di fiducia nelle proprie capacità specifiche e nel lavoro di crescerle, fiducia nel potere positivo che il merito liberamente espresso e fine a se stesso può avere su chi ti sta vicino, stimolandolo a dare il meglio di sè e quindi a migliorare la propria condizione anche pratica. Forse stare sotto la crepa – delle illusioni e delle delusioni- è in un certo senso più facile, rende un senso minore ma più accessibile che il vedere la luce della semplicità positivista e compassionevole, la quale impedisce -a priori- di pensare a qualunque cosa come ad una “lotta”, perché farlo ruba energie utili alla vita e alle numerose possibilità positive che offre ogni giorno.

Autore: Giuseppe Cornacchia, 2007-8, inediti su carta

 

L’anguilla: Montale Muldoon Cornacchia 2008

“The eel”, di Paul Muldoon (sua traduzione de “L’anguilla”, di Eugenio Montale)
ri-traduzione in italiano di Giuseppe Cornacchia, 2008, uscita sul n.39 di “Testo a Fronte”, Marcos y Marcos, 2009, diritti riservati

Proprio lei, la sirena
dei mari freddi che risale il Baltico
per bagnarsi nei nostri mari
golfi, fiumi
che risale stretta alla costa contro
corrente, letto dopo letto,
rivolo dopo rivolo,
metro dopo metro, centimetro dopo
centimetro verso
lo scoglio, costipandosi
attraverso le fanghiglie, finche’
uno scorcio di luce dal castagno
allampa un pozzo quieto,
uno scolo che va
sgusciando in Appennino e la Romagna –
lei, l’anguilla, una rivolta, un flagello,
dardo d’Amore in terra
che solo le secche o i prosciugati
valli dei Pirenei riconducono
al verde fertile terreno,
spiritello che cerca
vita dove solo
possono sete e desolazione,
la scintilla che dice
che tutto e’ dicibile quando tutto
e’ andato, seppellito,
questo tenue arcobaleno si specchia
in quello che hai tra le ciglia,
lo risplendi intatto in mezzo ai figli
dell’uomo, coperti del tuo limo, si puo’
non crederlo fratello?

Paul Muldoon ha tradotto “L’anguilla” di Eugenio Montale su invito di Marco Sonzogni, nel 2000. L’esito e’ poi apparso nella raccolta del 2002 “Moy Sand and Gravel”, uscita per Farrar, Straus and Giroux e un ulteriore approfondimento muldooniano si trova nel suo ciclo di lezioni oxfordiane “The end of the Poem”, 2006, Faber and Faber, nel quale viene commentata in dettaglio la traduzione alla stessa poesia fatta da Robert Lowell.

Il mio esperimento vuole tentare un ritorno all’ italiano, partendo dal testo inglese di Muldoon; osservo anzitutto come l’inglese abbia perduto molta della tessitura e del ricercato vocabolario dell’ originale, cosi’ come il mio riporto in italiano ha perduto parte del wit tipico di Muldoon. Quello che mi pare si sia salvato, e’ lo spirit, anzi lo spiritello, che mi ha portato al cambio piu’ vistoso operato coscientemente nel testo, rispetto all’orginale montaliano: la resa al maschile dell’ultimo verso, possibile in virtu’ del next-of-kin muldooniano.

Pubblicata poi su carta nel 2012 in “La Superpotenza”, venti anni di poesie, scritti e traduzioni da G.Cornacchia e A.Rendo, ilmiolibro, ISBN 9788891027474

Cablogrammi 2003-2006

[Estratti da otto anni di miei commenti nel blog letterario più trendy d’Italia, Nazione Indiana (2003-11), forse ancora utili al discorso. Giuseppe Cornacchia]

6 Settembre 2003 – Pare sia uscito “Canti del Caos, parte seconda” e certamente non lo mancherò; Moresco è l’unico scrittore italiano che io abbia letto dopo Calvino (ebbi una piccola parentesi di Lodoli, spero non infici). Tra l’altro se ne parla su TuttoLibri de La Stampa di sabato 6 settembre, in modo sospeso, non lontano dal tipo di analisi che fa Andrea Inglese: è l’opera che conta, la comunità è secondaria, va bene per le persone ma qui si dovrebbe parlare di letteratura.

9 Settembre 2003 – La letteratura è i testi letterari ed i loro personaggi, non una comunità di persone (non voglio politica, grazie). I personaggi letterari riusciti hanno una vita molto più interessante di tantissime persone, purtroppo. Con Moresco la situazione è intermedia: avendo letto attentamente e con piacere alcuni suoi libri, ancora non ho capito di che si tratta: diario, narrazione, flusso? Del resto non l’ha capito quasi nessuno, finora, neppure Pent, dunque sono in buona compagnia; non mancherò di comperare “Canti del Caos parte seconda”.

21 Gennaio 2005 – Mi sembra un paradosso: il “popolare”, che in quanto tale ha già voce grossa (il film che trasmetterebbe Mozart meglio di Isotta è esemplare perfetto e identificativo), fa can can contro il “populista” (voce grossissima dell’editoria che sì, incentiva la redditività a scapito della qualità, ma di quale qualità non si può dire perché non ce n’è l’idea) ed entrambi dimenticano che l’”elite” (la qualità storicizzata e riconosciuta a posteriori del prodotto artistico) è il solo giustificativo a meritare la fascetta ARTE. Vogliamo essere seri? Parliamo di MESTIERE. Diciamo che se la torta si fa più sostanziosa può mangiare più gente e che il resto si vedrà. A questa maniera, ogni discorso entra legittimamente in gioco e fa la sua vita, dal noir che interpreterebbe il mondo, al neometricismo che recupererebbe la filologia, al bestseller che vende un milione di copie fino al film che spiegherebbe Mozart. Ma levando a tutti questi il budget-denaro, levandoglielo fino all’ultimo centesimo di euro fra processo e indotto (cioè separando industria da prodotto), cosa sopravvive? Carta e penna per rifare Bibbia / Omero e rumori dai quali riarrivare a Mozart. Cosa sarebbe, quindi, il vero “popolare” e cosa “elite”? E cosa, invece, fuffa eteroindotta, succhia soldi e senza alcuno spessore, detta altrimenti MODA? Paradosso dei paradossi è che sembro un ultras conservatore.

19 Luglio 2005 – Non è detto che una rivista debba parlare all’esterno, può essere un dialogo fra i suoi componenti, senza per questo risultare privata. I dialoghi, cioè, sono fra testi e nei testi, e a quelli si mira, non all’interattività o alla continua spiegazione. Ci sono delle radicalità non risolubili nella serena e democratica discorsività collettiva, così come non lo è l’Agonismo. Se la prima Nazione Indiana è saltata perché ha confuso Agonismo con Antagonismo, la seconda potrebbe ripartire da un progetto comune positivo e propositivo.

20 Agosto 2006 – Trovo difficile che un intellettuale provvisto di forte mondo interiore autonomo e obiettivi di parola possa essere compatibile con l’ infotainment odierno: non è acquario suo, continuerà a preferire due lettori attenti (magari impliciti) a due milioni di dementi. Non è poi vero che si debba per forza mangiare la mela, così come è vero che qui parliamo di e su gente che la mela l’ha mangiata da un pezzo. Di tutti questi e di noialtri fa testo solo l’opera e simile cercherà simile e si rispecchierà di esso, dentro o fuori la rimbombante gerarchia mediatica.

25 Agosto 2006 – I discorsi del Conte, che riconosco e saluto, insistono non tanto sulla dicotomia alto-basso o volgare-colto o marketting-elite, quanto sul fatto che le sfumature concesse a chi possiede un vocabolario ampio e una cultura considerevole sono maggiori rispetto a chi non li ha. Questi maggior cultura e apprezzamento delle sfumature sono utili non solo in ambiti squisitamente letterari, ma anche nella vita quotidiana, sociale e relazionale: aiutano a discernere tranelli e riconoscere opportunità. Sono, a dirla come Lui direbbe, germi di resistenza, e per questo vanno impartiti, educati, secondo un rapporto necessariamente verticale: io che sono più sfaccettato di te riesco a centrare meglio quello che tu, meno sfaccettato (ma egualmente senziente: ci emozioniamo allo stesso modo, come esseri umani), assimili ed esprimi come pari ad altro, per tua carenza espressiva. Per emozionarci ed esprimere ciò che proviamo e pensiamo, disponiamo di tante gradazioni quante sono le parole conosciute e, dalle nostre parti di scrittori e lettori, le situazioni letterarie assimilate (che vivono dunque di vita propria, in chi ha cultura: Amleto, Emma Bovary, Don Chisciotte, Don Giovanni, Ciano, migliaia di altri). Il marketting odierno appare a chi è provvisto di tale sostrato citazione di riporto, uniformante come il “mitico!” di un semi-analfabeta. In quanto tale, merita tutto il disprezzo possibile e una guerra preventiva. Tale guerra non tocca, secondo il mio punto di vista (e immagino quello del Conte), gli “innocenti lettori” a la Zelda, ai quali possiamo facilmente e gratuitamente fornire strumenti di messa a fuoco migliore, ma i furboni che sulle innocenti Zelde campano, spacciando la loro paccottiglia per il massimo che sia possibile produrre e distribuire. La poesia, in questo senso, è il massimo eversore, essendo per natura concentrata nella parola che da un lato significa e contemporaneamente si fa icona; la quale parola non è dunque flusso sciroccato, ma pensiero, ragione, razione, dunque suscettibile di miglioramenti quantitativi e stime comparative che fanno ben dire che molti scrittori, sebbene venduti, sono paccottiglia; e che uno che dice e pensa un solo “mitico!” per esprimere sentimenti e pensieri che gradano dal sublime all’orrido all’ammirativo al discorso figurativo è un povero mentecatto da rieducare per il bene suo e della società civile, invece che spremere dei pochi eurini che porta a casa.

26 Agosto 2006 – Scriverò a braccio, spero di non divagare. Iconicità della parola poetica, dunque. Che significa? In primissima istanza, sintesi estrema di un periodo, quel termine cioè che economizza al massimo l’espressione e ne racchiude il senso. Esempio Leopardi: Sempre caro mi fu quest’ermo colle, / e questa siepe, che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. “esclude” è l’iconica di primo acchito dell’attacco leopardiano; dà un ritmo al discorso (o l’andamento, come in una composizione musicale: lento, allegro, andante… qui siamo nei dintorni di un andante), introduce a quello che sarà poi elencazione idillica, climax (verso un moderato musicale) e spinta desiderante, fino al conclusivo e liberatorio “e naufragar m’è dolce in questo mare”. Iconicità di discorso dunque, iniziata e finita in esso per tesserne un’economia. A questo livello occorrono un minimo di preparazione letteraria classica (metrica, vocabolario, retorica) e un minimo di orecchio e cultura musicale, anche qui meglio se classici. L’orecchio peraltro non si insegna, ce l’hai o no, è una dote naturale. Se Raimo permette, lui non ce l’ha o non ne fa uso e le sue poesie (o almeno quelle postate su Nazione Indiana) lo dimostrano chiaramente. Il secondo livello di iconicità è la serie di rimandi (autobiografici o finzionali, letterari, dialogici con persone o altre opere letterarie, iniziatici, ecc.) o segni da decifrare, che fanno apparire il discorso diverso dalla linearità piatta e patta delle semplici parole in fila. Affinità con la pittura, più che con la musica. Allora, nell’attacco leopardiano, avremo “caro” ed “ermo” per connotare il “colle”, che è un elemento naturale di barriera ma anche in fondo un’appartenenza al mondo dell’ io poetante; da qui seguirebbero considerazioni sul soggetto non proprio a suo agio nella cittadina recanatese e nella dimora paterna, a sua volta emblemi di corazza di protezione ed esclusione da una presunta vita attiva che l’autore stesso vagheggiava. Altra iconicità è “guardo”, che introduce e dichiara il senso del vedere quale privilegiato, dunque un io poetante speculativo, razionale; da qui considerazioni sul sistema filosofico sotteso al resto della composizione e, per estensione popolare, tutti i bla bla sul pessimismo cosmico dell’autore con la gobba. Qui su Nazione Indiana abbiamo le speculazioni tanto care ad Inglese e Raos, oltre che i loro poeti freddi, che tirano al limite l’iconicità del segno pretendendo di fare iconicità di tutta la struttura (che diventa quindi installazione). Ecco allora che in tre righe di ottima poesia classica (cioè nota, studiata e digerita), *noto tutto il resto* (o tutti i contesti), troviamo sintetizzata la grana del discorso idillico, la matrice musicale di andante, un limitato sistema di rimandi intertestuali, la dichiarazione del sistema filosofico portante. La difficoltà nel trattare allo stesso modo le migliaia di poeti odierni che, per orecchiamento, sono capaci di scrivere almeno una-due poesie dignitose nella loro vita, sta da un lato nella difficoltà di aver subito *noto tutto il resto*, dall’altro nella evidente immediata povertà e incoerenza dei loro rimandi, derivante da un’assenza di sistema organicamente complessivo e da un’approssimazione metrica o figurativa che rivela una scarsa conoscenza delle regole del gioco e del patrimonio culturale-immaginativo cumulato nei secoli (esempio: molti non conoscono affatto le opere letterarie e musicali che fondano il nostro immaginario occidentale, dunque poi credono che “Ridi Pagliaccio” sia una canzone di Mina o l’ultimo karaoke di Fiorello). Si chiede allora a chi si dice poeta di conoscere e ripercorrere la tradizione, alla luce del tempo corrente, e di fornire una o più prove sistematiche (poetiche, di pensiero, artistiche in generale), non solo composizioni sciolte là e gettate nel mucchio, “ché tanto troveremo sempre qualcuno che ci costruisce sopra un mondo”. Ma il mondo occidentale, come lo conosciamo, lo costruiamo sulla Bibbia, sui testi epici dell’Iliade e l’Odissea, sulla Commedia dantesca, su Shakespeare, sul Don Chisciotte, su Guerra e Pace, su decine di altri testi classici sedimentati nella nostra cultura e, da ultimi nel novecento appena trascorso, sulle poesie di Celan e su Arcipelago Gulag di Solzenycin. Accanto a questi esistono nel contemporaneo degni personaggi in un qualche modo “mancanti” o riconducibili per affinità a personaggi primari, in genere situati nei “generi” (dall’ Ulysses di Joyce a Sherlock Holmes, fino ad Harry Potter)… da qui la polemica sui generi e la constatazione che, finora, nessun Falstaff e nessuna Comare di Bath sono ancora emersi a vita propria da quei serbatoi. La polemica, dunque, su quanto è davvero rappresentativo e degno di essere diffuso: vorrei chiudere ricordando che l’Italia, sesta o settima potenza mondiale, è uno dei pochissimi paesi evoluti nei quali la poesia è del tutto inesistente nei discorsi *reali* (non quelli del marketting), al contrario ad esempio dei paesi anglofoni, scandinavi e dell’est Europa. Segno che l’immaginario collettivo e l’ identità nazionale sono davvero poveri e malmessi, come tanta evidenza appare giorno dopo giorno.

Autore, Giuseppe Cornacchia 2003-6, inediti su carta

 

Poesie da Nazione Indiana 2018

[Il blog letterario Nazione Indiana fa anche nel 2018 da avamposto internet della poesia italiana in divenire, ospitandone in gran quantita’ e certamente prediligendo sperimentalismi al canone. Vale dunque la pena guardare quella dei ventisei autori apparsa di recente, ma in lettura veloce, cercando emergenze di poetica o del poetico piu’ che filologie ormai e spesso casuali quando non involontarie. Giuseppe Cornacchia, Maggio 2018]

Mariagiorgia Ulbar: poesia breve ed immaginifica dell’altro o del diverso che attira e fa paura (6 Mag 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/05/06/lighea/)
Domenico Cipriano: dettato esperto che qui sostiene un apparato poetico poco problematico ma vario (13 Apr 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/04/13/poesie-lorigine-domenico-cipriano/)
Giovanna Frene: dettato polimorfo colto e denso che va dritto al suo obiettivo (3 Apr 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/04/03/conchiglia-con-politica-a-carlo-ginzburg/)
Elena Tognoli: il versicolo e’ qui un atto umile di compostezza entro i propri limiti (19 Mar 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/03/19/anno-ti-saluto-perdere-la-mano/)
Davide Orecchio: la funzione del testo poetico come storiografia non ufficiale e’ sempre viva (16 Mar 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/03/16/sedici-marzo-mille-novecento-settantotto/)
Marino Magliani: compostezza di tono e d’eloquio per una accorata lamentazione (15 Mar 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/03/15/le-palme-mozzate-magliani/)
Fernando Bandini: compostezza formale che si scioglie spesso in fremiti (14 Mar 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/03/14/poeti-appartati-fernando-bandini/)
Carmine De Falco: testi dell’arte povera in ambientazioni d’appendice (7 Mar 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/03/07/livingston-nessuno-bagno/)
Pierino Gallo: poesia lontana di eco ad agnizione cristocentrica (6 Mar 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/03/06/quaderno-azzurro-poesie-2012-2016/)
Carlo Bordini: incantamento poetico-narrativo gozzanesco ma non svagato (5 Mar 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/03/05/genoma/)
Michele Zaffarano: “Rimango appeso a un filo: vuoi vedermi fare il mio numero speciale.” (4 Mar 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/03/04/prove-dascolto-23-michele-zaffarano/)
Marco Simonelli: versi pop e colloquiali attenuati da ombreggiature malinconiche (22 Feb 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/02/22/le-buone-maniere/)
Biagio Cepollaro: materialismo dialettico colto, qui foneticamente potenziato verso forme chiuse (19 Feb 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/02/19/al-centro-dellinverno/)
Claudio Salvi: ricalchi tenui come sottolineature a matita (18 Feb 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/02/18/sequenza_nun/)
Paola Silvia Dolci: acquerelli colti ed intimisti tendenti al dagherrotipo (5 Feb 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/02/05/nomi/)
Silvia Tripodi: sotto-meta-versi funzionali non valorizzati dal respiro breve e dalle forme aperte (4 Feb 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/02/04/prove-dascolto-22-silvia-tripodi/)
Fabio Teti: voce razionale qui sorretta da impianti versificatori tendenti alle forme chiuse (28 Gen 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/01/28/prove-dascolto-21-fabio-teti/)
Orsola Puecher: sperimentalismo della memoria caldo e polimorfo, di elevato spessore ed ottima riuscita (26 Gen 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/01/26/non-volevo-servire-nazifascisti/)
Andrea Inglese: testi colti ma brillanti, qui informati in registri popolari (24 Gen 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/01/24/la-canzone-1-poesia-alberi/)
Italo Testa: le forme sostanzialmente chiuse aiutano un dettato indifferente al tempo (22 Gen 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/01/22/auto-antologia-7-italo-testa/)
Luigi Severi: “pezzi di intonaco, bellezza /  escoriata ma poco (principi emollienti) / studio a seguire” (21 Gen 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/01/21/prove-dascolto-20-luigi-severi/)
Francesco Forlani: pitture abbondanti da cui sfiata e sublima la vita agra universale (21 Gen 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/01/21/ode-ai-penultimi/)
Giorgia Romagnoli: universo disabilitato da scaglie di linguaggio funzionale (14 Gen 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/01/14/prove-dascolto-19-giorgia-romagnoli/)
Mario Benedetti: afflato e dettato sicuri, qui testati da una sofferenza ineludibile (12 Gen 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/01/12/poeti-appartati-mario-benedetti/)
Nicola Ponzio: universo fatalmente inanimato da punti rocciosi ed irrelati (7 Gen 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/01/07/prove-dascolto-18-nicola-ponzio/)

Lorenzo Mari: tessitura stretta a disegno seriale che sostiene una voce popolare (5 Gen 2018, https://www.nazioneindiana.com/2018/01/05/sequenza-di-malco/)

 — Autore: Giuseppe Cornacchia, Maggio 2018, diritti riservati

Poetiche, poesia o poetico? 2015

Otto noterelle del tardo 2015, di Giuseppe Cornacchia

1- Seguo queste faccende da vent’anni. Mi permetto di aggiungere che mano mano che passa il tempo e che le vite individuali prendono corsi distinti, rimane la relazione dei testi propri ed altrui con altri testi di riferimento canonico piu’ o meno condiviso e davvero poco altro. Una dichiarazione di poetica diventa quindi una connotazione biografica o sociale che fa da chiave di lettura per chi si avvicina dall’esterno, non necessariamente un protocollo di intenzioni. Credo anche che ci sia un eccesso di intenzione nel voler fare della poesia una pratica che puo’ essere allenata con lo studio o con la saggezza dell’eta’. Nel grande schema delle cose, una specie senziente abita una pallina rocciosa fra miliardi e miliardi di altre palle rocciose o gassose nel buio nero spaziale, scaldata da una palla un po’ piu’ grande posta a distanza chissa’ come abilitante. Questa specie ha bisogno non della poesia ma del poetico, cioe’ dell’astrazione e della metaforizzazione del proprio esserci probabilmente senza senso. La poesia e’ una forma dell’intrattenimento relazionale e nemmeno delle migliori, non e’ il senso.

2- Uno dei punti popolari della poesia 2015 e’ l’onesta’ di chi scrive contrapposta ad un mondo socialmente contraffatto e basato sul profitto estremo a danno dell’umano. Fa cioe’ da ammortizzatore sociale (aperta a tutti i delusi e gli illusi) invece che da sport (artistico ma agonistico) o periscopio conoscitivo (che allarghi l’orizzonte di pensiero). La risposta corporativa dei professionisti delle lettere e’ la chiusura in cliche’ specialistici che separino i veri autori dai dilettanti. Un’altra risposta e’ promuovere un movimento aggregativo di interessati intorno ad eventi (premi letterari, festival, fiere, librerie) e fare massa critica. Entrambi i modi sacrificano il discorso sul testo poetico, che diventerebbe divisivo perche’ diseguale, individuale. Ecco, questo e’ lo sforzo di un individualista in relazione ad altri testi, invece che a cliche’ specialistici o a movimenti aggregativi.

3- Sono segnalato dal 1998 come persona potenzialmente capace di dare un contributo in questo campo. Ho molto letto e mi sono confrontato col canone. Mi sono poi trovato a voler dare una linea, che sostanzialmente non e’ mai nata: avrei voluto che gente di formazione tecnica usasse i suoi linguaggi professionali a scopo poetico, ma gli esiti di un tecnico che fa poesia sono comunemente creaturali, quindi non aggiungono nulla al discorso e non lo innovano. Non lo innova Bacchini, al quale va comunque riconosciuto onesto spessore scientifico in quel che fa in versi (ma non in come fa i versi); non lo innovano le avanguardie, che fanno un uso strumentale dei linguaggi funzionali a scopo sostanzialmente ideologico; non lo innovano i contemporanei che googlano e cut‑uppano versi ne’ quelli che nei versi ci mettono la fisica, perche’ restano al mimetico rovistando cianfrusaglie.

4- Ci sono state opere degli anni ’90 e dei primi anni ’00 che avrebbero meritato promozione e diffusione maggiori, traducendole per mercati esteri almeno dell’Europa occidentale, rappresentative com’erano di un ecosistema di dimensione piu’ ampia dello Stivale. Sinceramente credo sia un errore pensarsi oggi italiani e basta: un progetto ben congegnato di opera letteraria dovrebbe partire originariamente gia’ in lingua di mercato (inglese) e tentare di collocarsi in quei contesti, facendo magari leva sul flavour italiano.

5- Non ho mai fatto una lettura pubblica. Per quanto queste robe poetiche abbiano una origine orale, il mio piano letterario si e’ sempre poggiato al testo scritto, in relazione ad altri testi scritti letterari. Oggi va di moda mettere il testo dove capita, sui muri, sulla plastica, a mo’ di installazione. Il testo scritto non e’ qualcosa di sacro ma, in questi ambiti, e’ ancora il vettore privilegiato. Ogni forma di relazione o altro veicolo, distrae: distrae la musica, distraggono i corpi, distrae la vita. Il mainstream poetico di questi anni e’ una forma di distrazione che nuoce tanto all’agonismo (di testi verso altri testi) quanto alla conoscenza (di altri modi e di altre vite).

6- Sono passati dieci anni e prima che si perda traccia di questo articolo ingenuotto ma propositivo, lo rimetto disponibile qui http://www.scribd.com/doc/239476178/Poesiain‑C . Era chiamato “Poesia in C++”, uscì a Giugno 2005 su Computer Programming di InfoMedia, aveva il pregio di presentare due interessanti testi poetici in codice informatico, uno canonico di Sharon Hopkins in PERL e l’altro mio, metatestuale, in C++. La via teorica era lo spazio della scelta di Umberto Eco, possibilità di fare senso traslando l’utilità canonica delle righe di codice, che comunque potevano essere compilate dal calcolatore e funzionavano come un qualsiasi programma correttamente scritto. Tale via oggi è inutile, il discorso critico si è spostato di nuovo sul significato prima che sul significante, vista l’impellenza di dare un senso alla massa informe di parola riversata sul web 2.0. Una cesura nelle faccende poetiche italiane sta nei nati fra 1970 e 1975: i poeti nati dal 1976 in poi si sono riallineati all’accademismo ed al para‑accademismo di quelli nati fino al 1969. Stranissimo e sicuramente meritevole di approfondimento, nel caso qualcuno voglia darsene la pena.

7- Probabilmente la letteratura propria del tempo odierno, anche nella maniera in cui emerge, è quella dei paper scientifici (sperimentali e spesso speculativi assieme) sottoposti a peer review (il giudizio anonimo dei colleghi). La metaforizzazione è a volte spinta e la discussione dei risultati presentati è finanche letteraria, speculativa, induttiva invece che scientifica e deduttiva. Si parla tanto di “grado di confidenza” statistico nelle asserzioni che si fanno a partire dai dati oggetto di discussione. Ogni tentativo di avanzare nella conoscenza, cioè, parte da una supposizione induttiva, da un atto di immaginazione. E’ come un fare luce progressivo, poco per volta. Prendete come esempio questo articolo italiano di fisiologia clinica, tuttora in pubblicazione ma già disponibile online, sulle esperienze di pre‑morte, qui: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25892488 , intitolato “Epistemological implications of near‑death experiences and other non‑ordinary mental expressions: Moving beyond the concept of altered state of consciousness”. Parlare a questo livello di queste cose, pescando nella coscienza universale dell’umano ed atterrendola o meravigliandola, si è dunque mano mano spostato dalla forma artistico‑letteraria a quella del progresso delle scienze? Da qui non si può tornare indietro: l’enorme bacino immaginativo riversato nei pochi millenni di arte linguistica e di pensiero speculativo troverà sempre maggiore realizzazione pratica con l’avanzare della comprensione umana e della realizzabilità tecnica portate dal metodo scientifico. Ritornano attuali alcune domande classiche: tutto ciò che è pensabile esiste davvero? La dissoluzione del concetto antropologico di comunità (famiglia‑villaggio‑città‑regione‑stato‑continente) nel concetto biologico di specie‑termitaio che lotta con altre specie ed al suo stesso interno, porterà l’umanità verso l’espansione extraterrestre, al suo autoannientamento o a qualcosa di mezzo tramite geo‑engineering, forzando infine la prima per cercare di evitare il secondo. Tutto questo grazie al braccio tecnologico ed alla leva finanziaria di cui oggi dispongono le elite governative e quelle delle grandi multinazionali ingegneristiche. La potenza di fuoco concentrata in mano a cento umani condiziona già oggi, 2015, il destino dei 6‑7‑10 miliardi di altri umani. Tale concentrazione di potere dovrebbe essere il rovello, il nemico di ogni intellettuale contemporaneo ad ogni latitudine, in pensiero ed opere.

8- La scrittura sperimentale italiana soffre ancora oggi, 2015, di un grosso problema: pur essendo il “genere” più condivisibile in quanto dichiaratamente programmatico e quasi oggettivo rispetto alle scritture già date, nella pratica si fa sperimentazione quasi sempre rispetto al proprio singolo modo naturale di scrivere, invece che ai risultati comuni. Ne deriva che quello che per alcuni lettori è sperimentazione anche notevole, per altri è notevole banalità perché già assimilato in altri modi. Rimane quindi una possibile via ai teorici di queste robe: produrre ed aggiornare costantemente un manuale (o meglio uno user manual, come fosse un software) di cose già fatte, da chi e dove, rispetto a chi e che cosa, e come si sia prodotto un risultato comune da cui eventualmente ripartire per andare avanti. Tutte le variazioni sperimentali, come al solito, iniziano da un buon solfeggio iniziale e dunque sarebbe indicato rimandare ad un rimario. Equanimità vuole lo stesso approccio per la lirica, con la differenza che questa è programmaticamente individuale (io, io‑altro, io‑mondo ecc.), dunque non misurabile ma al limite condivisibile. Inoltre, un buon rimario mette subito in chiaro orecchio e talento, come per il canto. Talento a parte, mi sono risolto sulla credibilità: se sei operaio e parli jet‑set non sei credibile; se sei popolano e parli aristocratico non sei credibile; se sei ignorante e parli erudito non sei credibile ecc. Insomma, parla come sei, arriva a parlare come sei al nocciolo del tuo esserci prima che le sovrastrutture culturali ti rendano persona, cittadino, madre/padre e così via. Questo è il fondo non misurabile della lirica ed è altrettanto difficile da portare alla luce, oggigiorno.

-— Giuseppe Cornacchia, 2015, inediti

Poesie dai lit-blog italiani 2012

[Ho avuto modo di leggere poesia sul web nel 2012 e riporto qui le mie sintetiche note con link diretto ai testi, per possibile confronto di idee. Quasi 120 autori censiti cronologicamente, come apparsi sulla rubrica nel blog “nabanassar”. In sintesi estrema, qualche luce e molte ombre: la parola mi e’ apparsa spesso come ecolalia ed autoterapia. Poeta dell’anno: Roberto Roversi. — Giuseppe Cornacchia, Gennaio 2013]

Franco Buffoni: esprime in larga parte una poetica disarmata. Molto spesso i giudizi rispetto alla sua poesia soffrono del confronto rispetto all’assoluta eccellenza del Buffoni operatore culturale. (3 Dic 2011, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=2234)

Nevio Gambula: l’uso del verso breve e molto pensato, tendente al declamatorio, rende la lettura spezzata, irrisolta (4 Dic 2011, la dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2011/12/04/langelo-di-benjamin/)

Andrea Inglese: mi sono fatto l’idea che la misura piu’ spendibile dei suoi scritti sia il frammento breve, ma non epigrammatico, di prosa, poesia, prosa in prosa o che altro. (7 Dic 2011, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=2300)

Andrea Ponso: una Natura stopposa e ruvida domina questi versi lontani, immersi in un paesaggio privo di calore (9 Dic 2011, blanc de ta nuque, http://golfedombre.blogspot.com/2011/12/andrea-ponso.html)

Giuliano Tabacco: un eccesso di mimesi diretta, ma c’e’ un notevole testo bisognoso di minimo editing chiamato “Men at Work”. (11 Dic 2011, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=2351)

Nadia Agustoni: la voce e’ ambivalente e non del tutto centrata, con cadute e riprese entro la stessa strofa ed entro lo stesso verso (14 Dic 2011, blanc de ta nuque, http://golfedombre.blogspot.com/2011/12/nadia-agustoni.html)

Antonio Bux: ho trovato una certa padronanza sonora nella sillogina LE LOGICHE DEL LUOGO dal file LA SIMMETRIA DEI NOMI, che mi ha gentilmente inviato (16 Dic 2011, privato)

Roberto Roversi: versi travolgenti di un bardo ispirato, notevolissimo esempio di poesia civile contemporanea (16 Dic 2011, la dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2011/12/16/trenta-miserie-ditalia/)

Marco Molinari: poesia stizzosa di indole morale, veterotestamentaria, che non riesce a staccarsi dalla bocca e farsi autonoma (17 Dic 2011, Compitu re vivi, http://miolive.wordpress.com/2011/12/17/riletti-seguiamo-e-accarezziamo-di-marco-molinari/)

Domenico Cipriano: vena abbondante e incardinata nella propria comunita’ locale, della quale Cipriano si fa cantore ispirato e rende universale (18 Dic 2011, nazione indiana, http://www.nazioneindiana.com/2011/12/18/irpinia-trentanni-dopo/)

Luca Ormelli: Voce secca e lontana, ben formata, piu’ adatta a tonalita’ fredde che a cantare l’amore (21 Dic 2011, la dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2011/12/21/linfanzia-subita/)

Francesca Del Moro: poesie performative in una messa in scena da fumetto (7 Gen 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/01/07/francesca-del-moro-inediti/)

Sandra Palombo: versificazione paesaggistica, non sofisticata, che rimanda colori in discreta varieta’ di sfumature (8 Gen 2012, Imperfetta Ellisse, http://www.ellisse.altervista.org/index.php?/archives/573-Sandra-Palombo-Trittico.html)

Luciano Mazziotta: l’impressione e’ quella di trovarsi di fronte a calchi di materia putativa disomogenea, fonicamente ipotattica e di retrogusto espressionista (10 Gen 2012, Nazione Indiana, http://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/41276/)

Paola Lovisolo: bozzoli autoconcludenti entro i quali si manifestano violenze sospese, forse irrisolvibili (14 Gen 2012, La dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2012/01/14/temporaneo-panorama/)

Giuliano Mesa: cronache molto umane dal sanatorio di una qualche distopia presente che ha mangiato il resto (16 Gen 2012, La dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2012/01/16/mesa-e-il-poeta/)

Fabio Franzin: strumento diretto di resistenza civile a difesa dell’umano, il samizdat in Italia non ha tradizione (17 Gen 2012, Carte Sensibili, http://cartesensibili.wordpress.com/2012/01/17/fabio-franzin-canti-delloffesa-lettura-di-f-ferraresso/)

Alessandra Cava: estensione eccentrica e spunti di originalita’ sonora (18 Gen 2012, blanc de ta nuque, http://golfedombre.blogspot.com/2012/01/alessandra-cava.html)

Cristina Alziati: elegie della separazione che concentrano la vita nell’inerme, lento, progressivo avvicinarsi ad una soglia (19 Gen 2012, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=2964)

Viola Amarelli: sospensioni raffinate in cadenze bellettriste (3 Feb 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/02/03/viola-2/)

Renata Morresi: medieta’ programmatica come granelli di sabbia nella clessidra (7 Feb 2012, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=3286)

Pasquale Vitagliano: l’urgenza della voce, sospesa in un limbo, e’ maggiore della messa in forma (8 Feb 2012, la poesia e lo spirito, http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2012/02/08/pasquale-vitagliano-cibo-senza-nome/)

Stelvio di Spigno: prosa piana sotto forma di poesia, a parte la notevolissima “Gaeta” (13 Feb 2012, Imperfetta Ellisse, http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/579-Stelvio-Di-Spigno-poesie-da-La-nudita.html)

Stefano Guglielmin: testi occidentali del fluire immoto, meditativi, di sapore karmico (15 Feb 2012, il giardino dei poeti, http://giardinodeipoeti.wordpress.com/2012/02/15/stefano-guglielmin/)

Martina Campi: il punto di osservazione e’ esterno ai fatti per manifesta sfiducia nei fatti stessi (16 Feb 2012, farapoesia, http://farapoesia.blogspot.com/2012/02/vincitori-e-selezionati-pubblica-con.html)

Pierluigi Cappello: poesie cristalline dell’attaccamento disperato, esacerbato, alla vita (20 Feb 2012, farapoesia, http://farapoesia.blogspot.com/2012/02/su-mandate-dire-allimperatore-di.html)

Giovanni Turra Zan: timbro scanzonato, autostima e soluzioni letterali varie, dal classico al kitsch (3 Mar 2012, viadellebelledonne, http://viadellebelledonne.wordpress.com/2012/03/03/giovanni-turra-zan/)

Piergiorgio Viti: voce diretta e versi concreti, la cui gittata non e’ ancora del tutto messa a fuoco (4 Mar 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/03/04/cinque-poesie-inedite-di-piergiorgio-viti/)

Enrico De Lea: amanuense solerzia descrittiva in stile dipanato e tutto sommato astratto (4 Mar 2012, viadellebelledonne, http://viadellebelledonne.wordpress.com/2012/03/04/dallintramata-tessitura-di-enrico-de-lea/)

Francesca Matteoni: la resa piu’ vivida e’ nel naturismo silvestre di “Cercavo un luogo sicuro” (5 Mar 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/03/05/francesca-matteoni-selezione-di-testi-editi-e-un-inedito/)

Ugo Magnanti: versi brevi e ben in tensione, segni di voce che ditta dal di dentro (5 Mar 2012, imperfetta ellisse, http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/582-Ugo-Magnanti-Poesie-diverse.html)

Giovanni Turra: voce marcata, ben tenuta nelle prime tre poesie, ma le chiuse sono superflue (6 Mar 2012, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=3717)

Azzurra D’Agostino: patchwork di richiami sentiti a cui manca unitarieta’ di voce propria (9 Mar 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/03/09/xi-quaderno-marcos-y-marcos/)

Marco Simonelli: vena fluente e gradevole di ambientazione pop e sotteso lirico (9 Mar 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/03/09/xi-quaderno-marcos-y-marcos/)

Jolanda Insana: partitura ampia e varia come la voce, che e’ velatamente autocompiaciuta (11 Mar 2012, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=3823)

Giulia Rusconi: arguta bozzettistica cultural-biologica dell’alterno rapporto col maschile (12 Mar 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/03/12/da-laltro-padre-giulia-rusconi/)

Filippo Ravizza: il turista e’ una declinazione contemporanea del tema del viaggio e gli esiti qui appaiono a misura: gradevoli, diaristici, innocui ma non pacchiani (12 Mar 2012, compitu re vivi, http://miolive.wordpress.com/2012/03/12/introduzioni-filippo-ravizza-turista/)

Manuel Micaletto: la tempra e’ dura ma la voce ancora necessita di calibrazione ritmica e lessicografica (19 Mar 2012, imperfetta ellisse, http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/584-Opera-prima-2012,-due-appunti.html)

Marta Campi: Notevolissima e’ “La misura del Dono”, da cui eliminerei i tre versi precedenti il distico che chiude (22 Mar 2012, la dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2012/03/22/la-misura-del-dono/)

Nanni Cagnone: flebile ma udibile soffio della Storia che sedimenta nella coscienza (1 Apr 2012, la dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2012/04/01/penombra-della-lingua/)

Mario Socrate: voce che emerge distintamente nell’uso di strumenti letterali piuttosto semplici (2 Apr 2012, trasversale, http://rosapierno.blogspot.it/2012/04/alcune-poesie-di-mario-socrate.html)

David Maria Turoldo: chiara ispirazione religiosa in testi piu’ inclini all’accettazione che al travaglio (4 Apr 2012, blanc de ta nuque, http://golfedombre.blogspot.it/2012/04/david-maria-turoldo.html)

Gianni Montieri: incantamento quieto nella forma di un dettato ammiccante e colloquiale (5 Apr 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/04/05/gianni-montieri-da-sud-in-caso-di-morte-inediti/)

Francesco Marotta: poesia che scartavetra incessantemente il consolidato crostume delle superfici (9 Apr 2012, la poesia e lo spirito, http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2012/04/09/francesco-marotta-esilio-di-voce/)

Gianmario Lucini: poematico dipanarsi della Storia sempre uguale per il popolo comune (9 Apr 2012, la dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2012/04/09/poesie-in-difesa-delluomo-i/)

Luigi Cannone: intensa solitudine, atterrita di fronte all’immisurabile della vita (10 Apr 2012, compitu re vivi, http://miolive.wordpress.com/2012/04/10/da-annuario-puntoacapo-2012-luigi-cannone/)

Camillo Pennati: dettato rotondo ed estetizzante fine a se stesso e dunque originale (10 Apr 2012, blanc de ta nuque, http://golfedombre.blogspot.it/2012/04/camillo-pennati.html)

Franco Arminio: espressionismo a schizzi, nei quali resta impressa la nuda e sola vita di provincia (12 Apr 2012, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=4391)

Giorgio Bonacini: forma narrativa e verso libero in tensione, ma gli esiti appaiono calchi immoti (13 Apr 2012, trasversale,http://rosapierno.blogspot.it/2012/04/giorgio-bonacini-poesie-inedite-dalla.html)

Lucetta Frisa: il bagaglio espressivo che da’ forma a questi canti non rende a dovere la cifra estetica della loro stessa originalita’ (14 Apr 2012, la dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2012/04/14/lemozione-dellaria/)

Roberto Bertoldo: lamentazioni da un mondo brado e selvaggio che non offre ristoro ne’ riconoscimento (14 Apr 2012, compitu re vivi, http://miolive.wordpress.com/2012/04/14/da-annuario-puntoacapo-2012-roberto-bertoldo/)

Fiammetta Giugni: pochi versi, sufficienti a comunicare un trepidante senso dell’esistere (20 Apr 2012, carte sensibili, http://cartesensibili.wordpress.com/2012/04/20/fiammetta-giugni-carmina-flammulae/)

Lucio Klobas: qualche immagine potente, diluita in versicoli prosastici (20 Apr 2012, nabanassar, http://nabanassar.wordpress.com/2012/04/20/10-da-laria-che-tira-campanotto-2002-lucio-klobas/)

Daniele Poletti: colori sgargianti, materia fecale ed espressionismo un po’ disordinato (21 Apr 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/04/21/daniele_poletti_-_poesie/)

Massimo Gezzi: ispirazione lirica in dettato largo, qui efficace a tratti (1 Mag 2012, RaiNews24 Poesia, http://poesia.blog.rainews24.it/2012/05/01/massimo-gezzi-a-ritratti-di-poesia-2012/)

Luigi Di Ruscio: misura che coincide esattamente con storia e cultura (1 Mag 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/05/01/luigi-di-ruscio-il-poeta-operaio-per-la-festa-dei-lavoratori/)

Giovanna Sicari: generoso ed estroflesso incantamento d’amore (6 Mag 2012, via delle belle donne, http://viadellebelledonne.wordpress.com/2012/05/06/tre-poesie-damore-di-giovanna-sicari/)

Manuel Cohen: compromesso formale tra registro lirico e narrativita’ poematica (7 Mag 2012, la dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2012/05/07/winterreise-la-traversata-occidentale/)

Carlo Cuppini: “qui il benzinaio da’ ragione” e’ un testo efficace e risolto (12 Mag 2012, nazione indiana, http://www.nazioneindiana.com/2012/05/12/da-militanza-del-fiore/)

Roberta Sireno: qualche immagine potente dal magma informe e altalenante (17 Mag 2012, blanc de ta nuque,http://golfedombre.blogspot.it/2012/05/roberta-sireno.html)

Biagio Cepollaro: materialismo dialettico non inanimato e dunque poeticamente originale (17 Mag 2012, nazione indiana, http://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/da-le-qualita-2/)

Enrico Cerquiglini: il ricalco verbale e figurativo delle singole immagini ottunde l’insieme compositivo (21 Mag 2012, la dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2012/05/21/frammenti-di-silenzio/)

Cristiano Poletti: intrecci casuali alla ricerca di una qualche emergenza (1 Giu 2012, absolute poetry, http://www.absolutepoetry.org/Cristiano-Poletti)

Claudia Ruggeri: afflato epico molto originale e di alto livello formale (5 Giu 2012, la dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2012/06/05/linferno-minore-di-claudia-ruggeri/)

Claudio Pagelli: vitalita’ inattesa nella limitatezza di un orizzonte minimalista (7 Giu 2012, carte sensibili, http://cartesensibili.wordpress.com/2012/06/07/claudio-pagelli-e-papez-di-andrea-tarabbia/)

Daniele Santoro: cronache impettite da Auschwitz eppero’ informali, falsopiano con falsetto (10 Giu 2012, imperfetta ellisse, http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/598-Daniele-Santoro-Sulla-strada-per-Leobschuetz.html)

Alfonso Guida: la voce batte ma il bagaglio formale e’, al momento, poco coltivato (10 Giu 2012, Centraal Station, http://www.giugenna.com/2012/06/10/alfonso-guida-irpinia-e-altre-poesie-uno-speciale/)

Maria Borio: una pacatezza atona e semplice che manifesta sorpresa nell’esistere (14 Giu 2012, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=5552)

Alessandro Ceni: narrato individualmente mitico che tenta di farsi mitopoiesi collettiva (14 Giu 2012, blanc de ta nuque, http://golfedombre.blogspot.it/2012/06/alessandro-ceni.html)

Silvia Bre: versi che si lasciano trascinare da un impressionismo tenue e non sofisticato (15 Giu 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/06/15/silvia-bre-testi-scelti-da-alessandra-trevisan-e-maddalena-lotter-con-una-nota-di-anna-toscano/)

Anna Lamberti Bocconi: continuo e sofferto anelito di elevazione dallo scarno quotidiano (18 Giu 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/06/18/anna-lamberti-bocconi-poesie-inedite/)

Stefano Lorefice: poesie come tracce di un passaggio pensoso ma non troppo pensieroso (18 Giu 2012, imperfetta ellisse, http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/600-Stefano-Lorefice-Frontenotte.html)

Flavio Santi: l’amore per la discorsivita’ annacqua alcune immagini ben riuscite (20 Giu 2012, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=5634)

Fabrizio Bajec: verseggiare informe, di tono medio, con sparse eccentricita’ (3 Lug 2012, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=5851)

Roberto Cogo: ispirazione a tema, alcune soluzioni lessicali restano deboli (4 Lug 2012, la dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2012/07/04/dellimmergersi-e-nuotare/)

Renzo Favaron: il dialetto impreziosisce una vena locale guizzante ed originale (5 Lug 2012, Rai News Poesia, http://poesia.blog.rainews24.it/2012/07/05/renzo-favaron-un-de-tri-tri-de-un/)

Annamaria Ferramosca: parola sicura, imbellettrita spesso in nenie di maniera (7 Lug 2012, blanc de ta nuque, http://golfedombre.blogspot.co.uk/2012/07/amferramosca-i-canti-della-prossimita.html)

Michele Obit: agra sopravvivenza ingentilita da un filamento tenace e luminescente (9 Lug 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/07/09/michele-obit-poesie/)

Vincenzo Della Mea: misura e voce diventano connettive nei versi dedicati a nipotino e padre (10 Lug 2012, imperfetta ellisse, http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/605-Vincenzo-Della-Mea-Poesie-inedite.html)

Laura Fusco: eteree associazioni in precario equilibrio ma complessivamente armoniche (18 Lug 2012, Edizioni Kolibris, http://kolibris.wordpress.com/2012/07/18/prima-ristampa-di-aquanuda-di-laura-fusco/)

Alessandra Carnaroli: barbie girl e’ solo un ricordo, la nuova epoca e’ il naif (cit.) (18 Lug 2012, nazione indiana, http://www.nazioneindiana.com/2012/07/18/marcello/)

Liliana Zinetti: voce dura e segnata, le parole sono lame e c’e’ ancora polpa da scavare (3 Ago 2012, la dimora del tempo sospeso, http://rebstein.wordpress.com/2012/08/03/improvviso-il-mare/)

Daniele Ventre: classico e di maniera, ancorato scolasticamente al porto sicuro della Tradizione (5 Ago 2012, nazione indiana, http://www.nazioneindiana.com/2012/08/05/poesie-edite/)

Vincenzo Frungillo: immaginifica prosa in versi filtrata da una luce giovanilmente ingenua (6 Ago 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/08/06/vincenzo-frungillo-fanciulli-sulla-via-maestra-2/)

Marco Giovenale: ibrido prosa-poesia liricheggiante e a scansione meccanizzata, forma mediana adatta a questo autore (9 Ago 2012, nazione indiana, http://www.nazioneindiana.com/2012/08/08/camera-di-albrecht/)

Vincenzo Mancuso: autocompiacimento sonoro che predomina sul tutto (20 Ago 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/08/20/vincenzo-mancuso-la-macchina-della-mente-inedito/)

Giorgio Linguaglossa: artefatti sapienziali prosastici con venature basso-espressioniste (2 Set 2012, moltinpoesia, http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/09/giorgio-linguaglossa-sette-poesie-da-la.html)

Filippo Ravizza: incantamento che si mantiene morbido in tutte le composizioni (3 Set 2012, margo, http://maurogermani.blogspot.it/2012/09/filippo-ravizza-la-quiete-del-mistero_3.html)

Fabio Teti: a-lirismo tenue, di controllata e ricercata macchinosita’ (3 Set 2012, nazione indiana, http://www.nazioneindiana.com/2012/09/03/b-t-w-d-h-15-poesie-da-nel-malintendere-2009-2012/)

Luigi Socci: scintille argute d’amor sublime in precipitati boccacceschi (5 Set 2012, nazione indiana, http://www.nazioneindiana.com/2012/09/05/da-lamore-vince-sempre-e-non-fa-prigionieri/)

Ennio Abate: cronachistico e politicheggiante, con punte di indignazione ben formate (5 Set 2012, moltinpoesia, http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/09/ennio-abate-nove-poesie-da-la-polis-che.html)

Corrado Benigni: levigata giurisprudenza discorsiva in lingua e misura razionali (9 Set 2012, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=6340)

Anna Maria Farabbi: Un nucleo scarno che insiste e riesce a farsi piu’ grande di se’ (9 Set 2012, via delle belle donne, http://viadellebelledonne.wordpress.com/2012/09/09/due-poesie-di-anna-maria-farabbi/)

Giancarlo Majorino: non accade niente se non il lento e ritmato fluire dell’esistere (12 Set 2012, Imperfetta Ellisse, http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/618-Giancarlo-Majorino-da-La-solitudine-e-gli-altri.html)

Eugenio Grandinetti: ispirazione e sapienza secolari in forma scorrevolmente calibrata (13 Set 2012, moltinpoesia, http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/09/eugenio-grandinetti-due-poesie.html)

Andrea Longega: minima mitologia locale e selvatica, arricchita dal dialetto veneto (14 Set 2012, absolute poetry, http://www.absolutepoetry.org/Andrea-Longega-Co-un-filo-de-vose)

Francesca Genti: delicato il mondo quando e’ scritto in rosa, si spera l’amarezza sia una posa (14 Set 2012, nazione indiana, http://www.nazioneindiana.com/2012/09/14/nuove-poe-2/)

Paola Loreto: nitidezza ed interrogazione in testi rivolti piu’ a se’ che all’esterno (21 Set 2012, Poesia – Corriere della Sera, http://poesia.corriere.it/2012/09/la-montagna-e-la-mente-nella-n.html)

Vincenzo D’Alessio: dettato elementare, socialmente e sociologicamente non minoritario al Sud (2 Ott 2012, farapoesia, http://farapoesia.blogspot.it/2012/10/su-la-valigia-del-meridionale-e-altri.html)

Stefano Dal Bianco: dettato compunto, socialmente e sociologicamente non minoritario al Nord (4 Ott 2012, le parole e le cose,http://www.leparoleelecose.it/?p=6897)

Natalia Castaldi: versi centrifughi e irrisolti, sostanzialmente lirici (5 Ott 2012, Poetarum Silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/10/05/breviario-inediti/)

Teresa Ferri: misura adeguata ad un registro semplice e sorvegliato ma solare (6 Ott 2012, Imperfetta Ellisse, http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/622-Teresa-Ferri-Precipizi-di-luce.html)

Luciano Nota: misura adeguata ad un registro ironico e sorvegliato ma solare (9 Ott 2012, moltinpoesia, http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/10/luciano-nota-poesie-da-tra-cielo-e-volto.html)

Vittorio Reta: poetare di quarant’anni fa che non sfigura nel contemporaneo (9 Ott 2012, Poetarum Silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/10/09/da-visas-e-altre-poesie-di-vittorio-reta-1947-1977/)

Alberto Cellotto: postura attonita in un paesaggio emozionalmente vivido (10 Ott 2012, moltinpoesia, http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/10/giorgio-linguaglossa-su-pertiche-di.html)

Sebastiano Aderno’: tensioni testamentarie con brulli effetti di sovraccalco (11 Ott 2012, Compitu re vivi, http://miolive.wordpress.com/2012/10/11/anticipazioni-sebastiano-aderno-ossa-per-sete/)

Franca Mancinelli: dispositivi testuali antisettici per sur-suturare il disordine (18 Ott 2012, le parole e le cose, http://www.leparoleelecose.it/?p=7088)

Augusto Blotto: tono petulante e sostenuto dotato di forma propria (5 Nov 2012, Imperfetta Ellisse, http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/627-Augusto-Blotto-A-piene-mani,-con-una-nota-di-Daniele-Poletti.html)

Agostino Cornali: versi diseguali che affaticano un immaginario a tratti non banale (10 Nov 2012, absolute poetry, http://www.absolutepoetry.org/Agostino-Cornali-Questo-spazio-puo)

Rosaria Lo Russo: pastiche recitativo e carnascialesco di base sostanzialmente orale (10 Nov 2012, absolute poetry, http://www.absolutepoetry.org/Rosaria-Lo-Russo-Crolli)

Lorenzo Pezzato: non-sense dello tsunami presente e vitalista nel quale si e’ sommersi (14 Nov 2012, la poesia e lo spirito, http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2012/11/14/lorenzo-pezzato/)

Roberto Bugliani: invettive in prosa poetica schiacciate al suolo bituminoso del reale (18 Nov 2012, moltinpoesia, http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/11/roberto-bugliani-da-versi-scortesi.html)

Diego Conticello: il versicolo tenta di creare una sospensione misticheggiante, appesantita dal linguaggio (18 Nov 2012, giardino dei poeti, http://giardinodeipoeti.wordpress.com/2012/11/18/diego-conticello/)

Luigi Romolo Carrino: il monologo in versi del bambino e’ una contaminazione da fumetto nero (19 Nov 2012, poetarum silva, http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/11/19/luigi-romolo-carrino-esercizi-sulla-madre/)

Tomaso Pieragnolo: epica colorata e sudamericaneggiante frammista a cupa concretezza settentrionale (20 Nov 2012, cartesensibili, http://cartesensibili.wordpress.com/2012/11/20/tomaso-pieragnolo-quattro-poesie-dalloceano-dei-giorni/)

 

AutoreGiuseppe Cornacchia, serie a puntate del 2012 per il blog “nabanassar”, raccolta in forma autonoma nel Gennaio 2013 e rimasta inedita su carta.

Simone Molinaroli 2004

“Cani al guinzaglio nel ventre della balena”, Ass Cult Press, 1997, 2001, 2004

Simone Molinaroli, 1970, pistoiese, manifestava nel 1997 una già chiara autonomia rispetto a ciò che qualche anno dopo si sarebbe detto al suo meglio generazione: anni ’90 secondo una prospettiva soggettiva ma non intimista (“La prima cosa, le righe della camicia / ma il resto è attenzione”, “Ero immerso nel crepuscolo / quasi il mio oceano distante / dal macello umano fologorante”), una missione definita (“Su un treno luminoso / torno uomo dissidente”), un insieme radicato di relazioni (“tornare da Scandicci è tempo perduto / acido – rimmel – occhi di sciacallo / tatuaggio e artigli felici.”), una scrittura a scatti efficace soprattutto negli incipit (“Oggi è finito l’inverno / ma senza inutili commiati”, “Il culo sudicio d’aprile / e le bestie proletarie / inghiottono merda / sul fondo di un amaro.”) con qualche smagliatura discorsiva legata forse ad esigenze di oralità performativa (“la cosa più bella vista ultimamente / – armonia, ritmo, velocità d’esecuzione – “) ma assai densa nei testi più riflessivi (“depresso sulla spiaggia / come un rauco muezzin / a guardare la mareggiata / divorare l’arenile”).

Ne viene fuori un complessivo senso di vitalità un po’ sciupata in vitalismo (“Piedi nudi di ubriachi / e popoli fuori concorso / al festival / del dissolvimento indolore”), focalizzato nella conclusiva Lungomare vuoto di Follonica (“Lungomare vuoto risacca dub / sono un rappresentante di vibratori / deraglio cromosomi / sulla battigia infelice / dei mutanti. / Lungomare vuoto di Follonica / articoli in latex sparsi sulla sabbia / un cameriere sbiadito / serve il conto. / La seconda visione / di fame perduta / e scarpe di cemento / a fondo del mare.”), probabilmente il testo più riuscito e rappresentativo di un libretto da conservare e riaprire a spizzichi, verso a verso, così da cogliere succhi autonomamente da tutti i rivoli: numerosi sono infatti gli appunti che si potrebbero ancora sviluppare e le aperture da seguire, a testimonianza di una notevole capacità autoriale di osmosi e polisemanticità. Un autore, Molinaroli, poco incline al letterario, capace di fotografie più simili a tac che a belvedere paesaggistici, di timbro deciso ed elettriche folgorazioni.

La successiva raccolta (“Neurovegetazione”, Ass Cult Press, 2001), più breve, spinge verso una rabbia sublimata in almanacchi (spiega il mondo, più che viverlo o semplicemente raccontarlo) e verso la necessità di dare un senso discorsivo ad elaborazioni ormai scadute; una dedica a se stesso, pare, come voler mettere suggello ad un periodo che mano mano si allontana (“Sangue mio nell’erba / sulla calce al limite del campo / il maori si tuffa / io sono morto / come un pomeriggio al cinema / senza sigarette”).

Giuseppe Cornacchia, Ottobre 2004, Nabanassar.com